—Mi pare un buon diavolaccio, esclamai accompagnandolo coll'occhio mentr'egli si allontanava. Al muso lo si direbbe un po' scimunito, ma avvien spesso che sotto una stupida fisonomia si nasconda una mente argutissima.
Gianbarba non tardò molto a ricomparire. Io gli mostrai la sua stanza, e parve assai soddisfatto. Lo condussi nel mio studiolo, nel mio salottino, nella mia camera da letto poco discosta dalla sua, in cucina, in cantina, in ogni angolo della casa. Apersi gli armadî, gli indicai i ripostigli più segreti, gli feci la consegna delle stoviglie e delle suppellettili da cucina.—Vedo che c'è molta roba, sclamava il debben figliuolo ad ogni tratto…. Va bene! la casa è ben fornita…. Solamente…. mi pare….
—Che cosa?
—Che manchi quello strumento….
—Non ti capisco….
—Voleva dire…. la canna….
—Una volta per sempre: bada che io non amo le reticenze—via! non metterti in soggezione!… Fra padrone e domestico bisogna parlar chiaro, se si vuole intendersi…. Dunque: cos'è questa canna che tu mi vai suonando?
—Poichè ella vuol proprio che la nomini, le dirò dunque, salvo il rispetto a lei dovuto, che intendo parlare della canna da serviziale.
Colpito di meraviglia, io vibro una occhiata perforatrice nel volto del domestico. Nel cervello mi balena un pensiero sinistro: che l'amico Eugenio, mettendomi questo mobile di carne umana tra i piedi, abbia mirato a burlarsi di me!—Poi rifletto: «può anche darsi che questo gaglioffo soffra di qualche incomodo intestinale e che i medici gli abbiano ordinato…. Se ciò fosse, avrei torto di non porgergli il mezzo di proseguire la cura.
—Via! non ti cruciare, gli dico con piglio incoraggiante—in casa mia c'è quanto può occorrere ad un malato e ad un sano…. L'istromento che tu cerchi, è là, in quella cassetta senza coperchio che vedi sporgere dal sottoscala. Non hai altro da chiedermi?