»I miei rapporti con Adolfo—rapporti brevi pur troppo, ma esuberanti di ogni dolcezza—non furono che un duetto di flauto e pianoforte, deliziosamente prolungato nella vicenda di interruzioni e riprese gradevolissime.

»Quel duetto cominciò all'indomani della presentazione. Adolfo, come aveva promesso, mi portò una raccolta di composizioni musicali per flauto e pianoforte, che noi prendemmo a studiare in presenza di mia madre…

»I concerti divennero quotidiani; l'arte e la passione progredirono del pari—mia madre si compiaceva, e si entusiasmava del nostro accordo perfetto…

»Così trascorrevano i giorni, le settimane, i mesi. Nè mai fra Adolfo e me ci eravamo scambiati una parola, una lettera, una stretta di mano, che equivalesse ad una franca dichiarazione. Noi ci intendevamo colla scelta dei pezzi, cogli accenti della esecuzione, col capriccio delle varianti, coll'arbitrio dei crescendo e dei rallentando, colla foga e la significante rilassatezza dei tempi…

»Qualche rara volta—per accidente—la estremità del flauto aveva sfiorato leggermente la mia spalla—il mio gomito, nelle volate ascendenti sulla tastiera, toccava… e trasaliva al contatto dell'istromento… Queste eventualità del concerto erano un eccitamento fortunato, e da esse la musica ritraeva maggior nerbo. Le fibre irritate galvanizzavano il cembalo—la voce del flauto pareva gonfiarsi… E allora nasceva quella fusione di armonie, che provocava gli applausi di mia madre…

»Mia madre era sempre là, in mancanza di altri ammiratori. La sua presenza incoraggiava l'arte e sorvegliava il buon costume… Sia pace all'anima di quella santa donna! Ma vi è un destino, un angelo, un demonio, un Dio—chiamalo come ti piace…—io preferisco di crederlo un Dio, perocchè ebbi molte prove della sua onnipotenza. Orbene, questo Dio non permette che le anime fortemente innamorate si consumino nello sterile desiderio.—Il nostro duetto a flauto e pianoforte si era prolungato tre mesi…e la vicenda delle interruzioni e delle riprese aveva affrante le nostre forze. Adolfo dimagrava… Al finire dei concerti due solchi profondi gli scendevano dal cavo dell'occhio fino all'estremo delle guancie… Scomponendo lo strumento per rimetterlo nell'astuccio, mi guardava, e pareva dirmi: fino a quando?

»Era tempo che il Dio degli innamorati venisse in nostro soccorso…

»Il duetto ebbe finalmente una soluzione, rapida…concitata…intensa… E la scossa fu tale, che io ne rimasi impressionata per tutta la vita…

»Quel giorno ripassavamo una fantasia di Rabboni sulla Straniera
Il flauto di Adolfo era più inquieto che mai… Più volte io aveva
sentito la canna di ebano scivolare sotto le mie treccie—l'alito di
Adolfo mi infuocava le guancie…

»Cominciava il cantabile: Meco tu meni!… Mia madre stava ad udirci appoggiata alla finestra che guardava il giardino…