Abbiamo scritto con verità e con giustizia.—Se qualcuno credesse scorgere in questa biografia qualche errore di nomi o di date, o qualche madornale anacronismo, venga per le spiegazioni e per le rettifiche, a fare una visita al nostro domicilio. Ovvero, senza prendersi questo incomodo, giri un'occhiata intorno a sè; cerchi, fra i suoi conoscenti ed amici gli uomini che, sôrti dal nulla, si fecero potenti, che divenuti potenti ottennero fama di galantuomini ed ebbero maggior agio di fare il birbone… Lettori, confessatelo—nella vita di Giuda che io vi ho narrata l'anacronismo non può sussistere—perocchè i Giuda sieno le figure predominanti di tutte le epoche—ed abbiano un tipo troppo marcato perchè la storia possa sfigurarlo od esagerarlo.

I drammi del mio giardino

La giornata era caldissima. Le abitatrici del gran formicaio giacevano inoperose e assonnate nelle loro piccole celle.

Poco dopo il tramonto del sole, Febbrajola—una grande formica, per età e per senno autorevolissima—dava la sveglia ad una delle sue figliuole predilette.

—Su! andiamo!… Usciamo dalla città!… L'aria si è rinfrescata, e una breve escursione fuor dalle mura ci farà bene alla salute.

Apriletta, la giovane formicuzza, non si fece pregare. Di là a poco, madre e figlia si dirigevano conversando verso la serra dei limoni.

Esse attraversavano una bella aiuola tutta in fiori. I moscherini e i piccoli ragni si agitavano fra le pianticelle in cerca di nutrimento. Dappertutto un gran moto, una gran gioia, una gran festa nell'assalirsi, nello schermirsi, nel divorarsi a vicenda. Apriletta si arrestava tratto tratto a contemplare quegli episodii della distruzione e della morte, dai quali perpetuamente si genera e si mantiene la vita dell'universo. Giovane, inesperta, fidente nelle proprie forze, ella non poteva rassegnarsi a frenare i suoi istinti aggressivi in presenza di quella ricca cacciagione.

Per giungere alla serra, conveniva sorpassare un muricciuolo coronato da una ventina di geranii. Compiuta la salita, Febbrajuola si adagiò colla figlia sull'orlo di un vaso, e all'ombra delle foglie olezzanti così prese a parlare:

—Che bella prospettiva! Quale incantevole paesaggio! Come sono cresciuti questi alberi, dall'ultima volta che ho traversato la foresta! Qualche giorno, se Iddio mi tiene in vita, torneremo qui colla intera famiglia. Faremo un buon pranzerello sotto una di queste foglie. Porteremo con noi quattro bei capponi verdi del gran rosaio. Le nostre schiave troveranno ben modo di trascinarli fin qui.

—Ah! sono pur deliziosi a mangiarsi quei cari capponi verdi! Ma credi tu, cara mamma, che noi potremo sempre trovarne sul grande rosaio? Ogni anno i nostri ne fanno tanta strage!… Non è a temersi che la specie venga costrutta?