—Ciò non potrà accadere, risponde gravemente Febbrajuola; quel Dio che ci ha create e costituite regine dell'universo, non cesserà di provvedere ai nostri bisogni ed ai comodi nostri. Benediciamo il Signore, figliuola mia! Benediciamolo in ogni ora, in ogni istante della vita! Questo bel sole, che ogni anno ricomparisce sull'orizzonte per illuminarci; questa meravigliosa varietà di alberi così ricchi di dolci frutti e di sughi corroboranti; questa infinita famiglia di animali; infine, tutto quanto ne circonda, tutto non fu creato per l'utile nostro?…

—Ma perchè? ma perchè? replicava Apriletta con quell'insistenza curiosa che è propria dei fanciulli…

—Perchè noi, a differenza degli altri animali, siamo dotati della ragione che è un riflesso della divinità…

—Ma cos'è questa ragione?… Come si fa a provare che tutti questi animali, più grandi, più belli, più forti di noi?…

—Le son domande coteste?…. Sta a vedere che il tuo piccolo cervello è già guasto dalle mostruose, esecrabili teorie di quei nostri filosofanti, i quali pretenderebbero degradare la formica, l'essere superiore, l'essere pensatore ed immortale, al livello dei bruti irragionevoli!… Vergognati, figliuola!… E quando ti si affacciano di tali dubbi, volgi uno sguardo alle opere gigantesche, ai monumenti imperituri creati dal nostro genio… Le nostre città, le nostre strade, le gallerie sotterranee, gli acquedotti, i magazzeni delle vettovaglie, tutto attesta la supremazia della specie formicola, tutto riflette la luce di una intelligenza animata dalla favilla divina. Quanto ordine nei nostri rapporti civili! quanta sapienza nelle nostre leggi, nelle nostre istituzioni! Spontaneamente consociate e vincolate da patti sapientissimi, l'unione ci fornisce una forza a cui nulla può resistere. Noi dominiamo gli elementi, noi soggioghiamo le belve più feroci. Jeri… non hai veduto la bella fine di quell'immane e mostruoso grillo che osò sfidarci nel formicaio?… In meno di un'ora ei rimase spolpato…. Ma è tempo, figliuola mia, di rimetterci in cammino; la notte è vicina…. Mi fu detto che al di là della montagna è venuta a stabilirsi da qualche tempo una colonia di formiche rosse… Profittando del numero, quelle selvaggie potrebbero assalirci e noi avremmo la peggio.—Dunque: occhi in avanti e piede lesto!… Andiamo, figliuola!

—Sono dunque ben cattive le rosse!—riprese Apriletta, stringendosi ai fianchi della madre.

—Tristi come la polvere persiana! È ben vero che esse pure fanno parte della grande famiglia degli animali ragionevoli—ciò non può mettersi in dubbio—ma siccome il loro intelletto è di un grado inferiore a quello della nostra razza, noi dobbiamo, quando il numero e le circostanze ci favoriscano, combatterle e sterminarle. Gli è ciò che fecero i nostri valorosi antenati allorchè vennero a stabilirsi in questo bell'angolo di terra, così fertile e propizio alla speculazione commerciale. La piccola tribù di indigene rosse che da tempo immemorabile occupava la provincia, fu distrutta dai nostri eserciti al grido di libertà e di progresso!… Noi rimanemmo padroni del campo—la civiltà trionfò delle barbarie, e i simboli della nostra religione presero il posto degli idoli abbattuti.

Febbrajuola era in vena di sermonare. Lungo il cammino, ella andava descrivendo a sua figlia la vastità meravigliosa dell'universo, che per lei si comprendeva in quattro pertiche di giardino. Ricordava uragani, e cataclismi, e terribili pestilenze, e guerre sanguinose. Apriletta ascoltava con meraviglia e terrore. E tratto tratto le due viaggiatrici si arrestavano, piegavano le ginocchia, e recitavano un versetto del Te Deum. Febbrajuola pretendeva che l'essere campata da tanti pericoli, e l'aver sopravvissuto a tante migliaia di vittime, era una prova visibile della speciale predilezione accordatale dal supremo dominatore dell'universo.

Fu in una di quelle soste, a metà di un versetto latino, che Apriletta mandò un grido straziante:

—Aiuto!… Soccorso!…