Jarba. Mi spiace molto, reccina, ma questo matrimonio impossibile... ed io partir subito con mie soltati...

Did. (sorpresa). Impossibile!... Ho io ben inteso, re Moro?... Ma quale impedimento?...

Jarba. Impetimento... canonico... Io statte vostro cugino (toccandosi il collare che gli ha donato Enea) per questo collare...

Did. (ridendo). Via, buon re Moro! questo non è che un simbolo di parentela... E poi... non vi ha chi lo ignora—i matrimoni fra cugini sono tollerati dalla Chiesa...

Jarba (ridendo). Non statte soltanto cugina... statte anche cognata...

Did. (turbandosi) Non vi comprendo...

Jarba (sottovoce alla regina). Stato anche io in crotta... stato in crotta scura, dopo Enea... Aver capito? E mille crazie!

Did. (delirante). Ah!... Che!... Tu!... Lui!... (cade tramortita).

Jarba (ai soldati). Partitt! In marcia chi vuol!

(Jarba si allontana seguito dai soldati, dalle donne, ecc.—I Ministri seguono il corteggio del re Jarba. Il Questore e alcuni dignitari di corte si fanno intorno a Didone svenuta, e le porgono i soccorsi richiesti dal caso).