Io mi recai in teatro per assistere alla sua prima rappresentazione con un'ansia febbrile nel cuore. Gustavo Modena esordì a Pavia colla Zaira di Voltaire. Egli era un sublime Orosmane. Bello di volto, alto di statura; la sua voce nasale, che dava suoni terribili negli impeti dello sdegno, era, nella espressione dell'amore, soavissima, penetrante, suscettibile di inflessioni svariatissime. Nessun attore italiano ha esercitato mai un fascino sì grande sulle masse. Quanto a me, confesso che la sola Rachel mi parve, in qualche dramma dell'Hugo, negli Orazii di Corneille e nella Fedra, degna di misurarsi con quel superbo atleta del teatro italiano.

Il Modena, nella scelta delle produzioni, mirava sempre ad un intento politico. Il suo repertorio sulle prime rimase circoscritto a poche tragedie. La censura, severissima a' quei tempi di austriaca dominazione, eccedeva di rigore con lui. Gli era vietato di rappresentare molti drammi consentiti senza scrupolo agli altri capocomici. Si mutilavano inesorabilmente dalle poche produzioni a lui permesse tutti quei brani che potevano suscitare, per effetto della sua potente declamazione, degli entusiasmi pericolosi. Era vano. Recandosi ad udirlo in teatro, quei rigidi ministri della polizia austriaca stupivano o piuttosto inorridivano di esser stati troppo indulgenti; una pausa, uno sguardo, un gesto dell'attore riempiva le lacune del testo mutilato, e talvolta una reticenza più significante della parola provocava il fremito e le entusiastiche ovazioni degli spettatori.

In quell'anno, il Modena non diede a Pavia che sei o sette rappresentazioni. La polizia, inetta a contenere gli entusiasmi, tremò che avessero a svilupparsi in atti di ribellione. Noi udimmo, dopo la Zaira, il Saulle, il Luigi XI, i Due Sergenti, la Clotilde, il Polinice, il Giocatore e la Calunnia. Bello nella Zaira, come più tardi lo fu il Salvini suo discepolo e imitatore, commoventissimo nei Due Sergenti, nobile ed arguto nella Calunnia, straziante nel Giocatore, atrocemente vero nel Luigi XI, è però d'uopo convenire che in nessun dramma o tragedia ebbe il Modena più largo campo a rivelarsi come nel Saulle di Alfieri. Gli spettatori, seguendo sulla scena le movenze di quel biblico Re, udendo la feroce parola di quell'ipocrita tiranno, comprendevano che l'artista, riproducendo con tanta enfasi di verità il personaggio, voleva infliggere un'onta a tutti i despoti della terra e votarli all'esecrazione pubblica. L'attore repubblicano, trascinando sulle scene il paludamento regale imporporato di sangue, ruggiva l'anatema alle monarchie e mirava a scuotere i troni. Rimarranno eternamente memorabili in chi ha udito il Saulle dal Modena, le pause terribili onde egli interrompeva il verso alfieriano:

Traggasi a morte…. a cruda morte… e lunga.

Era il tigre che vuol gioire dell'agonia e abbeverarsi di sangue vivo.

Ricorderemo più innanzi altri punti drammatici, ove con una parola, con un grido, con un gesto, questo attore di genio creò effetti nuovi e potenti. In più occasioni noi abbiamo visto gli spettatori balzare in piedi, salire sulle seggiole sventolando i fazzoletti e i cappelli, e confondere il loro entusiasmo in un grido che voleva dire: «Ti abbiamo compreso e a suo tempo agiremo!»

I giovani che oggi respirano un'atmosfera così diversa da quella in che noi abbiamo vissuto ai nostri primi anni, qualche volta sorridono all'udirci ricordare con tanta commozione codesti preludi incruenti del nostro risorgimento politico. Sventuratamente la storia di quel periodo di preparazione non è ancor scritta come la si dovrebbe, e pochi si danno la pena di informarsene nei libri ove se ne fa qualche cenno. Se altrimenti fosse, i sorrisi e i sarcasmi cesserebbero. Si vedrebbe che in quell'epoca di preparazione accaddero fatti e si consumarono sacrifizî degni di memoria; e più rettamente apprezzati sarebbero taluni uomini, i cui nomi si ripetono spesso da chi meno conosce ciò che operarono.

Terminate le rappresentazioni di Pavia, il Modena doveva recarsi a Milano colla sua compagnia, per dare alcune recite a quel Teatro Re, ch'egli chiamava il suo pozzo d'oro. Parrà strano ciò che io narro. Il grande attore, per trasferirsi da Pavia a Milano, volle servirsi di quella ignobile barcaccia che ad ore fisse solcava il naviglio trascinata da due squallide cavalle. Caso volle che in quel medesimo giorno anch'io partissi collo stesso veicolo e avessi occasione, durante il viaggio, di intrattenermi a colloquio col grande attore. Il Modena era accompagnato da sua moglie, la signora Giulia, bellissima e coltissima donna ch'egli aveva conosciuta e quindi sposata a Berna negli anni di esiglio. I due coniugi occupavano nel barchetto la cabina riservata; un bugigattolo a poppa, capace appena di ricettare quattro persone. Pare che mirassero a tenersi segregati dagli altri viaggiatori, onde evitare le noie che la curiosità pubblica suol infliggere alle persone celebri, segnatamente ai celebri artisti di teatro. La simpatia pel Modena era in me sì viva, che appena mi accorsi di averlo a compagno di viaggio, non seppi contenere il desiderio di farmegli appresso e di esprimergli come meglio sapessi a parole il mio ardente entusiasmo. Con quella inconsideratezza che è propria dei giovani, d'un salto varcai la barriera che divideva i due compartimenti; e forse con imperdonabile avventatezza avrei anche violato la cabina dove il grande attore avea voluto trincierarsi, se abordando la poppa non mi fossi trovato inaspettatamente in presenza di lui. Egli se ne stava ritto, sulla porta del bugigattolo, in mesto atteggiamento. Al vedermi, diede un accenno di sorpresa, aggrottando le ciglia. La sua nobile e buona fisonomia esprimeva una protesta scevra di corruccio. Ma il turbamento ch'egli lesse nel mio volto dissipò le nubecole della sua fronte; e vedendo ch'io voleva parlargli, nè sapeva per la violenta commozione sciogliere il labbro, egli primo mi volse a fior di labbro la parola, dicendomi «qui siamo alle strette; i miei grossi bauli non sono abbastanza educati da farsi in là per dar posto a nuovi viaggiatori.»

—Le domando mille scuse, mi feci a dirgli timidamente—io non sapeva…. io non credeva….

Ma poi, riprendendo di un tratto la mia baldanza giovanile «vale a dire, proseguii con intonazione più naturale, io sapeva benissimo ch'Ella era qui; ma non ho potuto resistere alla voglia di contemplare da vicino le sembianze di un artista, il quale in teatro mi ha fatto palpitare tante volte, e fremere, e piangere.