—Eccomi! sclamò l'artista sorridendo—mi contempli a suo bell'agio. Qui, a vedermi, ad udirmi, non si paga un quattrino; onde io spero ch'ella vorrà giudicarmi con indulgenza.

Vi era, nell'accento di quelle parole, un non so che di sarcastico e di melanconico.

Pareva che in luogo di rispondere a me direttamente, quell'uomo aprisse uno spiraglio al suo cuore per dar sfogo ad un sentimento di profonda tristezza che lo opprimeva.

Io non riferirò (nè oggi lo potrei con precisione) tutto che mi fu dato raccogliere da quel nobile cuore di artista, durante quel tragitto da Pavia a Milano pel quale si impiegavano cinque ore all'incirca. Dappoi mi fu detto che il Modena, per indole e forse anche per un'abitudine di diffidenza appresa alle amare lezioni della vita, fosse ordinariamente, al cospetto di persone sconosciute, molto sobrio di parole e più spesso fieramente taciturno. Ma io lo aveva colto in buon punto. Per tutti, anche per i caratteri più alteri e sdegnosi, ci hanno delle ore, degli istanti, nei quali l'anima deve cedere al bisogno di rivelarsi. Gustavo Modena usciva da una città, dove la sua anima contristata dall'esiglio avea dovuto ritemperarsi. Egli avea respirato in un ambiente di giovanili entusiasmi; la fiducia nell'avvenire della patria era risorta nel suo fervido cuore.

Mi parlò d'arte e di letteratura; deplorò l'abiezione dei comici, avviliti dall'indifferenza del pubblico e dagli incessanti dissesti economici. Lamentò la prevalenza soverchiante dell'opera musicale, più atta a ramollire gli animi che non ad invigorirli. Degli scrittori drammatici, scarsi a quell'epoca e indegnamente rimunerati, deplorò le miserevoli condizioni. Quei lamenti rivelavano una tacita protesta contro l'Austria e un nobile ma sfiduciato intento di reagire, per quanto da lui si potesse, contro la prepotenza corrompitrice della straniera signoria. Io pendeva estatico dal suo labbro. Io sentiva che quella melanconica diceria sull'arte e sulle condizioni del teatro drammatico non era che una parafrasi delle sue aspirazioni politiche. Sotto la larva dell'artista insoddisfatto si indovinava l'apostolo di Mazzini.

Avrei bramato che quel viaggio non avesse mai fine. Gustavo Modena, esponendomi le deplorevoli condizioni dell'arte drammatica italiana, mi aveva rivelato tutto il programma delle sue aspirazioni.

Approdando a Milano io dovetti separarmi da lui. Mi strinse cordialmente la mano, e mi parve che una favilla della sua grande anima si comunicasse alla mia. Il suo mesto saluto pareva dire: «confidiamo che sorgano presto, per l'arte e…. per l'Italia, dei giorni migliori!

Dall'anno 1842 fino al 1848, il pensiero e l'azione del grande artista furon volti incessantemente alla redenzione del teatro drammatico. Egli iniziò il risorgimento; egli creò col soffio del suo genio una legione di giovani attori; riformò il gusto del pubblico ponendogli innanzi i più insigni capolavori della letteratura antica e moderna, e tentò, per quanto gliel consentissero i tempi avversi, di allettare a scrivere pel teatro i più colti ingegni d'Italia. Educò i comici e gli spettatori coll'esempio, coll'autorità del nome, col sacrifizio.

In quell'epoca di profonda apatia, disperante di ogni sussidio, inviso al governo e segretamente osteggiato, il Modena dovette procedere a gradi. In sulle prime, la compagnia stipendiata da lui si costituiva di pochi attori, per la più parte mediocri. Il vecchio Salvini, padre a quel Tommaso che oggi tiene lo scettro fra gli attori italiani; Augusto Lancetti, caratterista non privo di ingegno ma viziato dal cattivo metodo allora prevalente; Angela Botteghini, Elisa Mayer, la Adelia Arrivabene, un Massini, un Bellotti primo attore giovane, formavano il meglio del drappello. L'Angela Botteghini era buona attrice nella tragedia; l'Adelia Arrivabene, uscita da patrizia famiglia Mantovana e tratta da irresistibile vocazione alle scene, rivelava le più elette disposizioni, e già nel Bicchier d'acqua, nella Calunnia, nella Cabala (Camaraderie), in tutte le commedie di alta società, riusciva attraente, simpatica, vera. Gradatamente, la compagnia si venne completando. Ernesto Rossi prese il posto del Bellotti, e presto conquistò le generali simpatie interpretando con sentimento e calore la parte di Gionata nel Saulle, e quella di Nemours nel Luigi XI. I due giovani Salvini, Tommaso ed Alessandro, non ebbero in sulle prime, nella compagnia diretta dal Modena, accoglienze molto lusinghiere. Quel Tommaso che oggi ruggisce con tanta efficacia le gelosie di Orosmane e di Otello, che provoca tante lacrime nella Morte civile, che in Francia, in Inghilterra, nel Belgio vien proclamato sublime; l'attore che fa trasalire Victor Hugo e commove di entusiasmo il più gran maestro vivente; quel Salvini che in sè riassume tutte le facoltà più prestanti dell'attore, nelle sue prime apparizioni al vecchio teatro Re di Milano si mostrava sifattamente impacciato e melenso, da provocare, ad ogni sua apparizione, le risa e le proteste degli spettatori. Gustavo Modena, egli solo intuiva nel suo giovane allievo le grandi disposizioni che più tardi doveano condurlo a splendida altezza. Il pubblico, come dissi, rideva e fischiava. L'Adelia Arrivabene, sempre in via di progresso, sempre affascinante e nobilmente vera nel rappresentare le duchesse e le contesse dell'alta commedia sociale, si vide ben presto sorger da lato una degna rivale nella Fanny Sadowschy. Questa giovane attrice, bruna gli occhi e le chiome come una bella andalusa, prestante della persona, riccamente dotata di tutti i vezzi della donna, di tutti i fascini dell'artista, grandeggiò in brevissimo tempo al contatto del Modena e prese nella compagnia il posto di prima attrice. La Sadowschy emergeva del pari nella tragedia e nel dramma; era, nel Filippo, una melanconica e fiera Isabella, nel Sampiero una Vannina ispirata.

Dall'anno 1845 al 1848, alla compagnia diretta da Gustavo Modena si aggregarono, oltre gli attori già nominati, il Woller, il Bonazzi, i due giovani fratelli Vestri, quel Majeroni che dippoi raccolse larga messe di plausi nei primari teatri, un Tommaso Pompei, un conte Billi di Fano, un Janetti romano, valentissimo nella tragedia. Il repertorio, circoscritto dapprima a poche tragedie dell'Alfieri e a qualche dramma dello Scribe, si andò di mano in mano allargando; aliti valentia ed al numero degli attori corrispose la proprietà caratteristica dei vestiari e il decoro dell'apparato scenico. Gli applausi incoraggiavano l'artista riformatore a tentare le più ardite innovazioni; ma quando il Modena, illuso dai primi successi, invocò dei sussidi onde affermare sovra solide basi il grande edifizio iniziato da lui, gli Italiani non risposero all'appello. Non solamente il suo bel programma non trovò sottoscrittori, ma venne accolto con diffidenza e disprezzo. Ci volle la forte tempra del suo carattere per resistere a quel disinganno che rivelava l'anemia morale del paese. Gustavo Modena ne fu profondamente accorato; quella defezione era un'onta per l'Italia; ed egli, il caldo patriota, dubitò forse per un istante che ogni generoso sentimento fosse morto nel cuore della nazione.