Non per questo egli si ritrasse dalla lotta.

Educare il pubblico all'apprezzamento dei capolavori di ogni tempo, di ogni nazione e di ogni scuola, non era il cómpito meno arduo che il Modena si fosse prefisso. In questa lotta da lui intrapresa contro i pregiudizi, e, diciamolo pure, contro l'ignoranza del pubblico, la vittoria gli arrise sovente, non sempre. Dopo aver ravvivato sulle scene italiane l'Edipo di Sofocle, e rese accette al pubblico del teatro Re La morte di Wallenstein dello Schiller e la Lucrezia del Ponsard, due tragedie che rappresentavano l'ultimo duello fra il romanticismo conquistatore e il classicismo spodestato, parrà strano che al Modena non riuscisse di far trionfare l'Otello e di introdurre in Italia la tragedia Shakesperiana oggidì ben accolta ed ammirata. Potete voi supporre che all'incomparabile Orosmane della Zaira mancassero i requisiti per riprodurre stupendamente le angosciate gelosie e i selvaggi furori del terribile africano? Fatto è che l'Otello, recitato dal Modena al teatro Re, non piacque; insorsero dalla platea, durante l'unica rappresentazione che ne fu data, segni di noia nei primi atti, negli ultimi aperte dimostrazioni di biasimo; si udirono perfino, nei tratti più sublimi della tragedia, delle risa sguaiate. Chi scrivesse la storia delle enormità perpetrate da quella bestia da mille teste che chiamasi il pubblico, farebbe un libro curioso e istruttivo[1]. Si vedrebbe quanto poco attendibili e meno rispettabili sieno spesso i verdetti collettivi, e come a torto si dia ad essi tanto peso. Uno dei punti della tragedia ove il genio di Shakespeare lampeggia più splendido e potente, non è forse il soliloquio di Otello che precede la uccisione di Desdemona? Il terribile Moro entra in scena coll'atroce proposito di immolare la bella e amata donna. Prima di accostarsi a lei, gli viene in pensiero di spegnere la lampada che rischiara l'alcova; ma riflettendo all'orribile eccidio che sta per compiere, egli esita un istante—«Se io ti spengo, o debole fiamma che mi rischiari, potrò raccenderti, ove le tenebre mi increscano; ma una volta che tu sii estinta, tu meravigliosa opera della benefica natura, di dove potrò io trarre la celeste scintilla che ti rianimi?» Così pensa, così parla Otello in quella scena stupenda, angosciato, combattuto dall'amore, dalla gelosia, dalla sete di vendetta. Orbene, fu a questo punto del dramma, quando il Modena colla lampada alla mano profferì le parole da noi citate, che il pubblico proruppe in una risata compassionevole. Dico compassionevole, perchè quel pubblico non avrebbe potuto ridere più chiassosamente, se avesse riso della propria imbecillità. Da quel momento, la rappresentazione dell'Otello si volse in parodia. Gustavo Modena, offeso dalla riluttanza degli spettatori, non seppe contenersi dal dimostrare il proprio sdegno. Egli cessò di esser Otello; gettò di mal garbo la lampada, e dandosi a passeggiare ed a gesticolare come un semplice borghese, dopo avere con affrettata recitazione esaurita la scena seguente, ordinò che il sipario venisse calato sulla uccisione di Desdemona.

Quella sera, finita la rappresentazione, vidi il Modena entrare nel caffè del teatro. Il di lui volto era meno accigliato che mai. Taluni comici gli si fecero intorno; qualcuno osò dirgli che l'Otello non era tragedia rappresentabile. Egli taceva; ma tratto, tratto, girando gli occhi dintorno con una espressione di sarcastica bonomia, zuffolava sommessamente. Oggi, Tommaso Salvini ed Ernesto Rossi, i due allievi di quell'insuperabile maestro, i due continuatori di lui, debbono i loro più gloriosi successi all'Otello ed all'Amleto. La tragedia Shakesperiana ha ottenuto favore in Italia; e il Coriolano, il Re Lear, la Giulietta e Romeo, il Machbet, non si chiamano più mostruosità drammatiche, incompatibili col nostro gusto.

Come avviene a tutti quelli che a passo celere si slanciano sulla via delle riforme, Gustavo Modena ebbe molto da lottare contro le abitudini o i pregiudizi del pubblico allorquando cominciò ad introdurre nella sua compagnia la proprietà e la verità storica dei vestiari, del mobilio, degli attrezzi, di tutti gli accessori scenici. Sotto questo aspetto c'era tutto da innovare nelle compagnie italiane. Gli attori erano a que' tempi troppo scarsamente rimunerati perchè potessero permettersi quel lusso di abbigliamenti che oggi si ammira negli stipendiati del Bellotti-Bon, del Morelli, del Pietriboni e di altri capo-comici cavalieri. Indulgente per abitudine alla povertà dei vestiari e degli addobbi, il pubblico, per ignoranza, tollerava l'anacronismo. Ora, non vi ha in fatto d'arte tolleranza, che a lungo andare non guasti i criterî e non pervertisca il gusto della masse. Quando il Modena impose a' suoi attori la più scrupolosa osservanza del costume, al vedere nel Cittadino di Gand e in altre produzioni storiche apparire sulla scena dei personaggi perfettamente ritratti dal figurino dell'epoca, la maggioranza degli spettatori si impennò; quelle nuove foggie di vestiti e di acconciature parvero grottesche e inverosimili. Mi sovvengo che ad una rappresentazione dello Jacquart, in quella commoventissima scena dell'atto primo, quando la figlia dell'operaio protagonista dà in uno scoppio di lacrime, si partì dalla platea un tal fragoroso scroscio di risate, che gli attori si guardarono l'un l'altro per alcun tempo, attoniti, confusi, come ad interrogarsi di ciò che fosse avvenuto. Era avvenuto che la bella Elisa Mayer, nell'atteggiarsi a disperato dolore, avea voltate le spalle al pubblico, e quella voltata di spalle avea posta in evidenza la cortezza di un corsetto così rigorosamente foggiato al figurino dei tempi da sembrare alla più parte degli spettatori una mostruosa indecenza. Quell'incidente diede luogo a calorose polemiche su pei giornali. Fu posta in campo una questione di verismo rappresentativo. Critici di ingegno e coscienziosi scrissero pro, contra ed in merito; e il bravo Riccardo Ceroni, amico e grande estimatore del Modena, svolgendo ampiamente le sue idee su tale argomento, non si peritò di proferire un verdetto di riprovazione contro il verismo scenico, concludendo che «il pubblico viene, o dee venire in teatro, a far tesoro di idee, di sentimenti e di consigli, e non già ad assistere, come una crestaia, a un corso dimostrativo di costumi, in cui lo scrupolo della esattezza sia spinto fino all'estremo de' suoi minimi particolari.» Il Ceroni era uomo di coscienza e scriveva con ischiettezza; ma il Modena non diede ascolto a lui, nè a quanti altri la pensavano come lui; e tirò innanzi nelle sue riforme, e ottenne che a poco a poco le altre compagnie drammatiche italiane lo seguissero nella buona via.

Si è già veduto qual fosse il repertorio da lui preferito. Fatta eccezione dalle poche tragedie dell'Alfieri, tutto il resto si componeva di produzioni straniere. Al Modena fu dato rimprovero di aver imposti al pubblico italiano non pochi drammi di volgarissimo effetto, quali Il Campanaro di Londra, Il Cenciajuolo di Parigi, La Signora di Saint-Tropez, ed altri d'ugual conio. Egli mirava ad impressionare vivamente gli spettatori, ad infuocare le passioni, a produrre negli animi delle agitazioni tempestose. Questi orribili drammi, riprovati dalla logica e dal buon gusto, gli prestavano il destro di ruggire qualche tremendo anatema contro i despoti della terra, di denunziare all'esecrazione pubblica qualche grande ingiustizia sociale. Per una invettiva, per un grido di rivolta, per un impeto d'ira sviluppato dalla sua declamazione potente, gli spettatori tolleravano la inverosimiglianza e applaudivano all'assurdo.

Non dimentichiamo, nel giudicare questo eccentrico artista, ch'egli mirava innanzi tutto a fare una propaganda di patriotismo e di democrazia a mezzo delle rappresentazioni sceniche. Allorquando, nel Giocatore di Ifland, egli gridava le parole: impreco a voi, pareti, che udiste i miei primi vagiti, ecc., pareva che quella maledizione, lanciata dal proscenio con tanto impeto di voce, dovesse echeggiare oltre le mura del teatro quale una minaccia di esterminio a tutti i despoti della terra.

Non recherà meraviglia se, ispirandosi ai suoi generosi intenti politici, nel fare appello agli scrittori italiani perchè gli fornissero delle nuove produzioni, il Modena ponesse per patto che queste avessero a svolgere dei temi istorici e nazionali. E quali erano i letterati italiani che a quei tempi scrivessero pel teatro? La censura austriaca aveva sgomentati anche quei pochi volonterosi che malgrado la ritrosía dei capocomici ad ammettere le produzioni indigene, malgrado l'indifferenza ostile del pubblico, malgrado la squallida prospettiva del nessun compenso, tratto tratto osavano ancora affrontare lo scabroso cimento.—Coll'Alberto Nota e coll'Augusto Bon agonizzava la commedia nazionale.—A Paolo Giacometti i primi successi avean dato più amarezze che impulsi a procedere. Il giovane poeta era già inviso alla polizia, non tanto per ciò che aveva scritto, come per quello che prometteva di scrivere.—Giacinto Battaglia si era fatto un bel nome co' suoi drammi storici che arieggiavano le epopee sceniche dell'Odeon parigino. Ad imitazione di lui, il Rovani, il Carcano, il Revere ed altri, svolgevano in forma drammatica degli argomenti patrii, ma quegli ottimi lavori, pregevolissimi sotto l'aspetto letterario, parevano inadatti alla scena. E tale parve anche il Lorenzino de' Medici, che rivelando la vigoria e lo splendore di un ingegno non ancora famoso, chiamò l'attenzione pubblica su Giuseppe Revere, e fece dire anche ai critici più diffidenti: ecco un giovane che farà risorgere il teatro nazionale! Il Lorenzino de' Medici, apparso in volume, ebbe un successo inaudito; ma nessun capocomico osò rappresentarlo, e forse l'autore istesso ne fece divieto. Per trionfare in teatro non rimaneva a Giuseppe Revere che una lieve fatica, quella di scrivere un secondo dramma con intendimenti più scenici, temperando le esuberanze della fantasia con quegli artifizî alquanto convenzionali che gli attori ed il pubblico esigono inesorabilmente da chi aspira a dilettarlo.

Giuseppe Revere, dietro invito del Modena, scrisse dunque il Sampiero di Ornano, una epopea drammatica dalle tinte forti, piena di impeti patriotici. Il tema era storico, luogo dell'azione la Corsica; Sampiero, il protagonista, un agitatore del popolo, un forte ribelle che mirava a redimere la patria vessata dal dominio genovese. Gustavo Modena, sotto le spoglie marinaresche del fiero isolano, fu bello, fu grande; la Sadowschy, recitando la parte appassionata di Vannina, si elevò all'altezza di lui; gli altri attori, abbigliati scrupolosamente alla foggia dei tempi e del luogo, recitarono con perfetto accordo. Le quattro o cinque rappresentazioni che si diedero del Sampiero al vecchio teatro Re nell'autunno del 1846, furono altrettanti successi. Il pubblico accorse in massa e applaudì con entusiasmo.

Incoraggiato dalla buona riuscita di quel dramma, il celebre attore non esitò a commettere dei nuovi lavori scenici allo stesso Revere e ad altri scrittori non ancora famosi ma promettenti, quali il Dall'Ongaro ed il Ceroni. Il primo assunse il non difficile compito di drammatizzare la pietosa istoria del Fornaretto; l'altro, credendo aver trovato un tema interessante nelle ammorbate cronache del Ripamonti e in un libro del Manzoni poco felice ma molto in voga a quei tempi, portò sulla scena la peste di Milano, i monatti, gli untori e il supplizio di un buon popolano assassinato dalla superstizione.

Il Fornaretto fu replicato più sere al teatro Carcano, dove la compagnia del Modena aveva trapiantate le sue tende d'inverno. La parte del vecchio padre, piena di mestizia e di piagnistei, non era di quelle che più convenissero al genio tragico del Modena; ma anche qui l'attore proteiforme ebbe lampi sublimi, e in qualche punto fece piangere gli spettatori. Il Giacomo Mora del Ceroni non destò il medesimo interesse. Il pubblico lo ascoltò con diffidenza, quasi con isgomento. Il lugubre ambiente della peste, gli squallori, gli orrori di quell'epoca maledetta dai morbi, dalla brutale ignoranza dei volghi e dalla atrocità delle leggi, tutto concorreva a provocare l'avversione. Tratto tratto, alla prima rappresentazione del Mora, insorsero dalla platea degli applausi che parevano espressioni di condoglianza. Gli attori, il Modena compreso, investiti dal ribrezzo e dal tedio, smarrirono di atto in atto la lena; il dramma cadde, nè valsero a redimerlo gli sforzi dei molti amici, che il Ceroni, coltissimo ingegno e gagliardo carattere, contava a Milano. Nè anche le vivaci polemiche della stampa ottennero di prolungare la vita delle scene ad un lavoro, nel quale un solo pregio poteva essere ammirato, la corretta robustezza dello stile.