Esito non pari a quello del Sampiero ebbe in appresso il Marchese di Bedmar, nuovo dramma del Revere. E nullameno, questi primi saggi teatrali dati a brevi intervalli da tre elettissimi ingegni, allietarono l'Italia e infuocarono le illusioni facilmente infiammabili degli altri capocomici. Allato della giovine truppa capitanata dal Modena già si andava creando, sotto gli auspici di Giacinto Battaglia e di Alamanno Morelli [2], quella Compagnia Lombarda, alla quale dovevano poi aggregarsi la Sadowschy, la Botteghini, l'Adelia Arrivabene, il Lancetti, il Majeroni, il Rossi, i fratelli Vestri, tutto il fiore dei giovani artisti cresciuti alla scuola del tragico insigne. Fu quella, pel vecchio teatro Re di Milano, l'epoca luminosa. Noi abbiamo assistito a quella prima fase del risorgimento drammatico italiano; abbiamo veduto svilupparsi il germe di quell'albero, che oggi, malgrado le avverse vicissitudini incorse, cresce sì prospero e vigoroso. È d'uopo convenirne; mentre la musica accenna a decadere; mentre si va quasi perdendo fra noi anche quell'arte squisita della esecuzione vocale per cui l'Italia fu chiamata dagli stranieri la terra del canto; il teatro drammatico fiorisce, e la famiglia dei buoni attori va crescendo di anno in anno. I nostri celebri tragici Salvini ed Ernesto Rossi, ad esempio dell'Adelaide Ristori che li precorse ammirata e festeggiata come una Diva, dopo essersi fatti applaudire a Parigi, a Londra, a Vienna, a Bruxelles, si apprestano a più lontane peregrinazioni. Gli stranieri, che non hanno più ragione di estasiarsi pei nostri obesi tenori, prodigano i loro entusiasmi a questi ammirabili interpreti di Shakespeare, che coll'accento e col fuoco italiano fanno rivivere Otello ed Amleto sotto aspetti quasi nuovi.
Ma se è vero che l'Italia può oggi gloriarsi di aver raggiunto nell'arte della rappresentazione drammatica un altissimo grado, è d'uopo convenire che a quell'avventuroso risveglio prodotto dall'efficace impulso dato dal Modena a' suoi tempi, tenne dietro, nell'infausto decennio che precedette la grande e seria riscossa del 1859, una fase di sosta, o piuttosto di decadimento.
Al primo grido di rivoluzione insorta dalle terre italiane nel 1848, Gustavo Modena prese commiato dal pubblico, congedò il suo brillante esercito di attori, volò ad arruolarsi nelle file dei combattenti; suo teatro divenne il campo di battaglia, sua unica ambizione fu quella di combattere e dare il sangue per la patria. Nelle schiere capitanate dal generale Antonini noi lo vedemmo colla divisa dell'umile gregario bivaccare allegramente sotto le mura di Treviso. La bellissima Giulia, sua moglie, lo aveva seguito al campo, e una ricca bandiera da lei trapunta sventolava all'avanguardia di quella colonna di audaci, ai quali non mancò la gloria di qualche impresa ben riuscita. Pur troppo, quegli eroici episodî si smarrirono infruttuosamente nel generale disastro; la miseranda catastrofe di Custoza, che doveva ricondurre gli Austriaci alle porte di Milano, sfrondò gli allori dei generosi e coprì di oblío le loro gesta.
Il Modena, dopo la restaurazione dell'Austria, riparò a Lugano. L'amnistia di Radetzky fu muta per lui. Fra i pochi esclusi figurava il temuto attore, il cui nome era un programma rivoluzionario, la cui potenza drammatica era un pericolo ed una minaccia. Nel settembre di quell'anno infausto, approdando una sera a Lugano, io rividi il Modena mestamente atteggiato sulla spiaggia, cogli occhi vaganti sulle acque, come chi attende qualche misterioso messaggio. Erano con me quattro o cinque amici; taluni incappottati alla militaresca, altri acconciati con quello strano abbigliamento da profughi, che riproduceva con risibile anacronismo i tipi teatrali del medio evo.
—Che di nuovo laggiù?—domandò l'attore appena fummo usciti dalla barca.
—Nulla! rispose uno degli amici.
Il Modena fece un atto di stupore, crollò la testa e si allontanò a lenti passi.
Seppi all'indomani che il dì innanzi erano partiti da Lugano alla volta dei confini lombardi, da quindici a venti giovinotti, per tentare uno di quei moti insurrezionali che il fantastico patriotismo del Mazzini sognava tanto più facili e sicuri quanto meno verosimili. Tutte le spedizioni organizzate a quell'epoca nel Canton Ticino abortirono miseramente. Ma il Modena, cuore d'artista, mente poetica, educata all'idealismo del dramma e infervorata dalle splendide utopie mazziniane; il Modena credeva, sperava attendeva l'istante a lui segnato per lanciarsi nuovamente nel campo della azione; e frattanto, declamando al teatro di Lugano la Divina Commedia di Dante, le liriche del Berchet ed altri frammenti di poesia repubblicana, sovveniva di denaro le reclute che già si cimentavano alle inconcludenti guerriglie.
A quell'epoca dal Cantone Ticino pullulavano gli opuscoli e i libelli politici. L'emigrazione italiana esalava i suoi fremiti e i suoi anatemi impotenti sotto ogni forma di scritto. La poesia e il verbiloquio ampolloso abbondarono sempre in Italia, anche nei più gravi momenti, quando la serietà del pensiero e dell'azione avrebbero tanto giovato. La politica che può tradursi in strofe rimate è ordinariamente una futile e nefasta politica. A quell'epoca, anche il nostro attore pubblicò delle brevi satire in prosa. Mi sovvengo che un suo opuscoletto indirizzato al marchese d'Azeglio levò qualche rumore. Naturalmente, i repubblicani insediati nel Cantone Ticino scaricavano sul Piemonte, sul Re Carlo Alberto e i suoi ministri, la reponsabilità di tutti i disastri accaduti. Dall'altra parte, i monarchici rimbalzavano le accuse e le invettive. È quello che accade nelle disfatte.
Dell'opuscolo qui sopra accennato e di altri scritti del Modena troppo magnificati dagli uomini di partito, dirò solo che piacevano soprattutto per una certa spigliatezza di forma, assai rara a' quei tempi fra i polemisti. Il Modena scriveva alla buona, con un gergo tutto suo proprio, da lui forse appreso tra i così detti figli dell'arte, coi quali avea tanto vissuto. Lo stile balzano dava rilievo alle arguzie sarcastiche, temperava l'acredine delle invettive. In sostanza, quegli scritti non erano che una parafrasi brillante delle utopie e delle ire di un partito.