Si era detto anni sono che le opere letterarie e politiche del celebre attore sarebbero uscite stampate in volumi per cura de' suoi amici. Converrebbe averle sott'occhio, e studiarle oggi a mente riposata, per giudicarle imparzialmente. Ma pare che la promessa edizione sia rimasta in sospeso per mancanza di fondi, come avvenne del monumento pel quale era aperta nel 1860 una soscrizione in un giornale repubblicano di gran nome.
La miseranda spedizione di Val d'Intelvi, che ebbe per risultato l'incendio di un grosso villaggio e il martirio di un povero oste, diede l'ultimo crollo alle illusioni dei profughi battaglieri aggruppati intorno al Mazzini.
Al cominciar dell'inverno i comitati si sciolsero. L'emigrazione, guardata di mal occhio e osteggiata dagli orecchioni del Cantone Italiano, si andò assottigliando. I caporioni del partito repubblicano si dispersero, riparando, quali in Piemonte, quali in Toscana, dove si preparavano nuove agitazioni.
Di là a pochi mesi, nella primavera del 1849, Gustavo Modena questuava alla sera nei teatri di Firenze l'obolo per Venezia, e il giorno con vibrata e mordace eloquenza predicava alla Camera dei deputati l'insurrezione e la leva in massa. Strani tempi; quando il Guerrazzi, dittatore, rappresentava nell'assemblea toscana il partito della moderazione, e doveva, come più tardi il Cavour, portare la taccia di codino.
Mi sovvengo che avendo il Modena un giorno, con certe sue proposte audacissime di generale armamento, sollevato la Camera a rumore, il Guerrazzi con un gesto di ironica compassione proferì le parole: «LASCIAMOLO RECITARE!» Sarcasmo irriverente e crudele, che non giovò certo a rinforzare l'autorità dell'illustre letterato livornese, già poco beneviso ai fiorentini e guardato con diffidenza dagli uomini d'ogni partito.
Ma la dittatura Guerrazzi non durò molto. Il Granduca rientrò a Firenze di là a pochi mesi; gli alberi di libertà vennero atterrati, il popolo festeggiò con luminarie e con tridui il ritorno del babbo; ed ai democratici italiani fu mestieri rifugiarsi a Roma, dove il Mazzini, inalberata la bandiera repubblicana, prometteva ricostruire l'Italia sulle basi dei principî più liberali. Gustavo Modena partì dunque per Roma, e quivi pure il suffragio del popolo gli assegnò uno scranno all'Assemblea Costituente.
Quell'ultimo, non inglorioso periodo della rivoluzione italiana si chiuse, come è noto, col trionfo delle armi francesi e colla restaurazione del governo pontificio. I soldati del generale Oudinot occuparono Roma, e un'altra volta i più strenui campioni della democrazia dovettero disperdersi. Gustavo Modena, dopo aver preso parte ai combattimenti di Porta San Pancrazio e di Villa Panfili; dopo aver appoggiate colla sua enfatica eloquenza e sancite del suo voto le leggi più liberali decretate dalla Assemblea repubblicana, ebbe per grazia, dopo la infausta catastrofe, di poter riparare in Piemonte. Un melanconico decennio, pieno di disinganni e di amarezze, cominciò per lui. Per campare la vita gli convenne far ritorno al teatro. Le sue finanze erano dissestate; le poche sue terre in provincia di Treviso, saccheggiate dapprima e poi confiscate dagli Austriaci; gli scarsi capitali, frutto de' suoi risparmi, esauriti durante la rivoluzione. Minacciato dalla squallida miseria, egli riprese dunque sotto auspici avversi e con animo ripugnante, la antica veste di Roscio.
A Torino, dove gli uomini di parte repubblicana erano poco benevisi e fors'anche osteggiati dalla aristocrazia predominante, mancarono alle sue rappresentazioni gli entusiasmi della folla e i cospicui guadagni. Abbandonato da' suoi valorosi allievi, circondato dal peggio dei rifiuti altrui, la sua apparizione sulla scena produceva una mostruosa antitesi di sublime e di grottesco. Quel gigante circondato di pigmei lottava colle sua grandi forze per ottenere l'effetto, ma spesso gli avveniva di dover soccombere.
Da Torino e da Genova, trascinandosi nelle piccole città, nelle più umili borgate del Piemonte, gli accadde talvolta di non esser compreso o di dover recitare alle panche. Lo si sapeva repubblicano, e la fermezza delle sue convinzioni gli alienava le simpatie dei moltissimi che professavano altri principî. In qualche teatro di provincia il pubblico gli si mostrò apertamente ribelle. Erano applauditi con puerile ostentazione i mediocrissimi attori che recitavano con lui; si fingeva la più glaciale indifferenza pel suo superbo talento. Così i volghi di allora punivano nell'artista la fede incrollabile del cittadino e l'orgoglio di un grande carattere.
Non vi è tempra che resista all'urto incessante delle delusioni. Gustavo Modena si lasciò vincere da una cupa misantropia. Associato alle trame segrete dei mazziniani, compromesso in ogni cospirazione, egli disperò forse in cuor suo di veder mai realizzarsi le splendide utopie del partito. Visse lunghi mesi in ozio sdegnoso, prostrato da un malessere morale che allarmava la moglie e gli amici. Quando gli avveniva di ricalcare la scena, le entusiastiche ovazioni e gli astiosi insuccessi non valevano a scuoterlo dalla profonda apatia. Qualche cosa dell'artista era morto in lui; più volte, a metà di una rappresentazione, egli smarriva la voce e la lena, nè gli era dato, adunando tutte le forze della volontà, riprendere il dominio di sè stesso. Così passarono pel Modena, relegato nei confini delle provincie piemontesi, quasi esule in terra italiana, i dieci anni che precorsero il grande rivolgimento nazionale del 1859.