La trionfale riscossa che allietò l'Italia dopo dieci anni di avvilimento e di aspettazione angosciosa, non era tale da appagare i voti di un uomo che vedeva nei successi della nazione la sconfitta del proprio partito. Era ancora il Piemonte monarchico che prendeva l'iniziativa, la croce bianca di Savoja era ancora il segnacolo della unione italiana. Le vittorie di Magenta e di Solferino non potevano cagionare ai repubblicani una gioia completa; essi assistevano alle feste delle provincie redente col volto accigliato e colla amarezza nel cuore. Noi che abbiamo gustato nella sua pienezza il tripudio di quei giorni, quasi ci affliggiamo come di nostra sciagura al pensiero che molti egregi patrioti pei quali la vita era stata fino allora un martirio, non raccogliessero da quella nostra e dalla generale soddisfazione che argomenti di rammarico.
Gustavo Modena tornò a Milano in sullo scorcio del 1859. Immutabile ne' suoi principi, la mente piena di ubbie, diffidente, iroso, più che mai taciturno, d'altro non parve preoccuparsi che di speculare sul proprio talento, riprendendo con lena le rappresentazioni teatrali. Ricomparve infatti nell'autunno sulle scene del teatro Re, e i Milanesi lo rividero, dopo un'assenza di undici anni, sotto le sembianze di Cittadino di Gand, in quel dramma politico, dalle tinte cupe, che'gli aveva offerto il destro, ai tempi della dominazione austriaca, di imprecare con tanto successo contro i tiranni. Strano a dirsi: il teatro Re non era affollato a quella prima rappresentazione; la platea non era stipata, i palchi a metà vuoti. Cionullameno, al presentarsi sulla scena, l'illustre artista fu salutato da una commovente ovazione. Gli applausi durarono dieci minuti; e da quegli occhi bruni, fosforescenti, pieni di fascino, si videro sgorgare due lacrime. Una impressione ben viva deve aver provato il Modena per quella manifestazione di simpatia; furono per avventura le ultime lacrime di gioia da lui versate. Fatto è che durante il primo atto del dramma, l'attore non potè mai sottentrare all'uomo completamente, nè l'artifizio della finzione vincere in lui il predominio di una commozione vera e profonda. A certi punti degli atti successivi lampeggiarono i raggi dell'antico Nume, e gli spettatori ne rimasero abbagliati. Ma chi ricordava il Modena d'altri tempi, non poteva a meno di rammaricarsi nello scorgere il grave deperimento de' suoi mezzi fisici. Qualche cosa di floscio si notava nel suo portamento scenico; la sua voce, così potente altre volte nel fulminare anatemi, non sempre rispondente all'impeto delle intenzioni, si andava insensibilmente spegnendo di atto in atto, di scena in scena.
Questo accadde alla rappresentazione del Cittadino di Gand ed alle altre che succedettero, quando il Modena ricomparve al teatro Re sotto le spoglie di Luigi XI, di Giacomo I e di Saulle. I giovani che lo vedevano per la prima volta, ammirando i lampi intermittenti del suo genio, non gli perdonavano le esagerazioni e le debolezze. I suoi vecchi ammiratori si accorgevano del deperimento, e disertavano dal teatro profondamente costernati. Non vi è cosa che tanto affligga come il decadimento di un artista di genio.
Naturalmente, la diserzione del pubblico venne dagli amici politici del Modena attribuita ad una cospirazione di partito. Si disse che l'aristocrazia Milanese, astenendosi dal teatro, intendesse protestare contro i principi repubblicani professati dall'illustre attore. E forse, il Modena stesso prestò fede alla diceria; tanto, che dopo aver tentato con sorte non migliore le democratiche scene del Carcano, da ultimo, con dispettosa modestia, scese a rappresentare il Saulle in un oscuro teatruzzo in contrada di San Simone.
L'ultima rappresentazione del più grande attore tragico che l'Italia ricordi, fu data a Milano in un teatro da marionette. Ora quel teatro non esiste più, ed è morto l'insuperabile Saulle che tuonò l'imprecazione agli ipocriti sacerdoti laddove per tanti anni Arlecchino e Gerolamo avevano divertito le balie e i bambini coi loro lazzi.
Al grande, eccentrico artista vivente serbava l'Italia quest'ultima apoteosi. Di là a pochi mesi, giunse da Torino la notizia che il Modena era morto; che la città gli avea celebrate splendide esequie, che alcuni teatri eran rimasti chiusi in segno di lutto, che tutte le illustrazioni della politica, della letteratura, dell'arte, ecc., ecc., erano rappresentate al corteo funebre… Solita istoria! Ignoriamo se qualche monumento di lui degno sia stato eretto a Gustavo Modena. Abbiamo già detto, che all'annunzio della sua morte, una soscrizione venne aperta a tal scopo da un giornale repubblicano. Si ignora quale impiego abbia avuto il denaro raccolto. A' suoi allievi, oggi ricchi e famosi; a coloro che tanto gli debbono, che tanto riflettono della sua grande arte ogni volta che riproducono le parti create da lui, spetterebbe il nobile cómpito di elevargli una statua.
Per molti anni, nel caffè dell'antico teatro Re, abbiamo veduto, presso il banco dove sedeva il buon Aniceto, appeso alla muraglia un quadretto portante l'effige dell'italiano insigne. I vecchi attori si fermavano talvolta a contemplare colle lacrime agli occhi quelle simpatiche sembianze; e il buon Aniceto, agli ignari che gli chiedevano qual fosse quell'uomo, ne tesseva con enfasi di ammirazione l'elogio funebre.
Il vecchio teatro, il vecchio caffè non esistono più. Esiste però in Italia un'arte drammatica, che è il riflesso immortale del genio di Gustavo Modena.
Lecco, 1878.