NOTE ALLA BIOGRAFIA DI A. MARIANI
[1] Il maestro Verdi ebbe molti denigratori accaniti. È la sorte di tutti gli artisti di genio ai quali arride il successo. Un editore milanese, che andava debitore de' suoi primi lucri al Nabucco, all'Attila ed ai Masnadieri, si vendicò della sua poca accortezza nell'aver lacerato un contratto di dieci spartiti che gli promettevano un milione, stipendiando quattro o cinque letterati non tutti famelici od abbietti, per muovere al trionfante maestro una guerra altrettanto ridicola che impotente. Taluni di questi critici fecero ammenda dei loro spropositi; altri, i più gaglioffi, si mantennero impenitenti. Per coonestare la transazione, i ravveduti asserirono che il Verdi, dopo il Macbhet e la Luisa Miller, si era trasformato. Altri credettero avvertire una seconda ed un terza trasformazione all'apparire dei Vespri Siciliani. Si fece gran consumo di parole su tale argomento, Ora, per nostro avviso, una trasformazione non può essere che progresso o regresso. Osereste voi asserire che il Verdi del Nabucco e del Rigoletto non pareggi il Verdi del Don Carlos e dell'Aida? Tanto varrebbe dire che nel Barbiere e nella Semiramide il genio di Rossini si palesi meno completamente che nel Guglielmo Tel. Prestare un colorito speciale a ciascuna opera, a seconda dei luoghi, delle situazioni e delle passioni che si svolgono nel dramma, questo non vuol dire trasformarsi, ma obbedire alle leggi più ovvie dell'arte.
Percorrendo le vie infinite dell'arte, un genio può produrre i Promessi Sposi e l'Adelchi, la Lucrezia Borgia e la Linda; ma sempre e in ciascuna delle sue molteplici manifestazioni, egli verrà rivelando necessariamente quella potenza di individualità che è la vera e l'unica luce delle sue creazioni. Ogni artista che miri a rivelarsi ne' suoi aspetti multiformi, può soggiacere a qualche istante di debolezza o a qualche momentaneo perturbamento, può esporre quandochessia taluno de' suoi profili caratteristici meno attraenti e riescire in tali casi meno accetto alle moltitudini od agli uomini di gusto: ma ognun vede, mettendo a riscontro il Nabucco e l'Aida, la Traviata e il Don Carlos, che tra questi spartiti non corre veruna differenza essenziale fuor quella voluta dal diverso carattere dei temi e degli svolgimenti drammatici. Dire che il Verdi, dall'una all'altra opera, apparisca trasformato, è un giuoco rettorico della critica imbarazzata o rintuzzata dai successi. Non si può chiamare trasformazione ciò che in realtà non è pel genio che la rivelazione progressiva dei suoi molteplici aspetti.
[2] Angelina Bosio, allieva dell'egregio maestro Venceslao Cattaneo di Milano, primeggiò fra le cantanti che illustrarono le scene italiane nei due decenni che corsero dal 1848 al 1868. Cantò a Parigi, a Londra, a Pietroburgo, con grande successo. Ella nutrì sempre pel suo primo maestro, che tutt'ora insegna a Milano l'arte squisita dei buoni tempi, i sensi della più affettuosa riconoscenza.
[3] Angelo Boracchi fu davvero un intelligente ed audacissimo impresario. Non ebbe fortuna e morì povero. Negli ultimi suoi giorni, si piaceva di scrivere epigrammi, relativi all'arte, alla letteratura ed alla politica. Ne ebbe di argutissimi e abbastanza corretti nella forma. Peccato che nessuno li abbia raccolti e pubblicati!
[4] A rettificare le inesatte dicerie che si sparsero sul mio conto, e ad agevolare il cómpito de' miei futuri biografi, narrerò qui sfacciatamente e colla maggior schiettezza, quale è stata la mia carriera di cantante. Prima di produrmi sulle scene, io aveva studiato o finto di studiare a Pavia, sotto la direzione di un maestro Valentini, i primi rudimenti della musica; quindi, nell'Istituto Tadini di Lovere, avevo appreso a raschiare di mal garbo il contrabasso, e a vociare nelle chiese della provincia Bergamasca i motetti del Mayr e del Bonari. I miei esperimenti musicali si chiusero a Lovere con una farsa abbastanza comica, vale a dire con un grottesco concerto da me organizzato nella gran sala dello Stabilimento Tadini nel luglio del 1845. A tale concerto fa allusione il Donizetti in una sua lettera alla signora Basoni, inserita nell'epistolario stampato in appendice a quell'interessante volume di Notizie e Documenti che fu edito a Bergamo nel settembre del 1875, Gli abitanti di Lovere non hanno ancora obliato quella esecuzione, alla quale presero parte tre cantori girovaghi da piazza, da me reclutati a Brescia e presentati al mio buon pubblico quali artisti di cartello. Quella notte corsero delle sassate per le vie. Da Lovere passai a Milano, dove attesi a darmi buon tempo in compagnia delle più matte brigate; ma al cominciare del verno, presi risolutamente il partito di sfidare i cimenti della scena e segnai un contratto di cinque anni coll'impresario Boracchi in qualità dì primo baritono assoluto. La mia prima campagna teatrale si compì a Lodi trionfalmente nella stagione carnevalesca. Il bravo maestro Sanelli impiegò una pazienza da martire a farmi apprendere la bella parte di Lorenzino de' Medici della sua Luisa Strozzi. La sera del mio debut, accorsero da Pavia e da Milano molti de' miei ex-colleghi di studio e di baldorie. Il teatro era zeppo, e al mio apparire sulla scena, il baccano degli applausi e dei viva fu tale da provocare un insolito intervento di poliziotti. La mia voce era bella, intonata, sicura. Io cantava di lena, abbandonandomi al mio buon istinto musicale, senza risparmio di polmoni. A Lodi contava molti amici, oltre quelli venuti espressamente da fuori per sorreggere i miei primi passi nell'ardua carriera. Circolavano sul conto mio le più strane novelle. Nei palchi e nella platea si narravano ridendo i bizzarri episodi della mia avventurosa giovinezza, e il pubblico godeva nell'applaudirmi. Vi ebbero altresì, durante la stagione, risse e duelli per cagion mia, sciabolate e colpi di bastone. Nello stesso anno cantai al Carcano di Milano, e un episodio che si riferisce a quella stagione teatrale lo si può leggere nel presente volume, laddove è narrata la biografia di Angelo Mariani. Uscito dopo lunga malattia dalla Casa di Salute, l'impresario Boracchi mi mandò a Piacenza e quindi a Codogno per cantare nell'Attila la parte di Ezio. Nell'una e nell'altra città rimase viva per molti anni la memoria delle eccentriche mie gesta. È ben vero che amici troppo zelanti si incaricarono di attribuirmi delle stravaganze inventate di loro fantasia; pure, fra molti altri, precisamente storico il è fatto ch'io partii da Codogno e scesi all'albergo dell'Àncora a Milano nel teatrale costume di Ezio, colla daga alla cintura e il grand'elmo a cresta rossa sulla testa. Nel carnovale seguente (anno 1848) la rivoluzione mi colse a Piacenza malato. Nel libro che si intitola Memorie politiche di un baritono, ho narrato le strane peripezie che mi travolsero fino al carnovale dell'anno seguente: allorquando, trabalzato a Firenze dai fati politici, dovetti nuovamente ritornare al teatro per campare la vita. Cantai ad Arezzo nel Nabucco con esito entusiastico. La fama delle mie avventure mi aveva preceduto in quella città: i miei amici mi avevano accompagnato con lettere commendatizie, dove io era dipinto quale uno dei più gloriosi eroi della rivoluzione lombarda. Imaginate quale accoglienza mi venne fatta dal buon popolo Aretino, in un'epoca come quella! Nelle anzidette Memorie politiche di un baritono ho narrato i singolari e talvolta burleschi casi del mio soggiorno in Arezzo, e le non meno bizzarre avventure del viaggio che io intrapresi più tardi alla volta di Chieti; viaggio che mi condusse, dopo lunghe e forzose divagazioni, sotto le mura di Roma, dove caddi in potere delle truppe francesi che mi trassero prigioniero all'isola di Santa Margherita e quindi a Bastia. Dopo quattro mesi di durissima prigionia, in quest'ultima città io potei riprendere la carriera teatrale, aggregandomi alla nomade compagnia di un certo Bellagrandi che dall'Africa aveva trapiantato le sue tende sulle spiaggia côrse. Rimasi dunque e cantai durante una lunga stagione di sei mesi al teatro di Bastia. Quivi, da ogni ceto di cittadini raccolsi testimonianze di simpatia e di affetto che io non potrò mai obbliare. Uno de' miei protettori più generosi, il signor Antonio Limmarola, mi fornì più tardi, a stagione compiuta, il denaro perchè mi recassi a Parigi, e potei di tal guisa abbandonare nel marzo dell'anno 1850 quell'isola ospitale per trasferirmi decorosamente alla capitale della Francia. Là trovai parecchi amici e compagni di università; artisti e buontemponi italiani, i quali, sotto vesta di emigrati politici, si davano bel tempo declamando con enfasi intermittente contro la tirannide austriaca. Dopo un mese di soggiorno a Parigi, mi aggregai ad una compagnia lirica formata dalla prima donna signora Antonietta Montenegro, e dopo aver percorso parecchie città della Francia cantando disperatamente ogni sera, le opere più accette di Donizetti e di Verdi, mi ridussi di nuovo a Parigi, dove rimasi inoperoso un paio di mesi a dilapidare i miei pochi risparmi.
Un agente teatrale milanese, che più tardi divenne un celebre impresario, mi volle seco a Rouen dove si era formata sotto la sua direzione una compagnia elettissima di cantanti, destinata a percorrere i principali teatri di Francia e di altre provincie estere. Quel drappello di artisti si componeva dei due celebri tenori Napoleone Moriani e Antonio Giulini, delle prime donne Sofia Vera, Antonietta Viola, Rossetti Sikorsca, Sofia Didiee-Nantier e d'altri cantori quasi esordienti che in seguito divennero famosi. Mi vennero affidate le parti comiche. Ripensando a quei tempi, oggi mi avviene spesso di meravigliarmi della spensierata gaiezza che io metteva nel rappresentare al cospetto del pubblico i personaggi di Marchese di Bois-Fleury, di dottor Malatesta, di Dulcamara, di Figaro e di don Basilio. Fatto è, che una volta slanciato sul palco scenico, io mi investiva sifattamente dell'umorismo musicale di Donizetti e di Rossini, da riuscire un attore comico esilerante e inappuntabile. E questo dico senz'ombra di orgoglio; perocchè ai miei successi da istrione io ci tengo pochissimo, e quasi mi vergogno di ricordarli. Travestirsi da buffo o da buffone, svisarsi col nero di fumo e col carminio, far delle grinze, gesticolare e contorcersi per far ridere il pubblico, mi è sempre apparso qualche cosa che tocca da vicino la prostituzione. Da Rouen passai colla truppa condotta dal Lorini a Lion, a Chalons e in altre città della Francia fino a quando, scioltasi la compagnia al cadere dell'anno, feci ritorno a Parigi, e a quel teatro italiano mi produssi la sera del Due Dicembre, cantando la parte di Carlo V nell'Ernani, al fianco della Cruvelli, del tenore Calzolari e del basso Belletti. Quel mio debut non inglorioso ebbe luogo, come ognuno vede, alla data del colpo di Stato. Il giorno seguente, Parigi fece un vano tentativo di rivoluzione, al quale tennero dietro dei gravi perturbamenti. Il teatro italiano rimase chiuso per alcune settimane ed io mi sciolsi dal contratto. Nel marzo del 1852, adunai a mie spese e a tutto mio rischio, un drappello di artisti, per exploiter i teatri della provincia. Le rappresentazioni della mia truppa, costituita di circa 30 artisti di canto e di suono, cominciarono a Poitiors e si chiusero a Limoges. Fu una campagna che durò quattro o cinque mesi—e quante peripezie! quanti disgusti! quante lotte!—Ne uscii netto con un guadagno di circa duecento lire, le quali mi bastarono appena per trasferirmi a Nizza, dove mi chiamava un contratto di sei mesi coll'impresario di quel teatro. In quella città cominciai ad avvedermi che la mia voce accennava a deperire. Nullameno, dal pubblico ebbi cortese accoglienza e l'impresario mi rinnovò il contratto per l'anno successivo. Nella stagione estiva, un violinista non oscuro, il quale aveva già percorsa l'intera Europa lasciando dietro i suoi passi una striscia luminosa di debiti, mi volle seco in un giro artistico nel mezzogiorno della Francia. Quel suonatore dalla fisonomia mefistofelica mi trascinò in un pelago di guai. A Nimes caddi malato, e di là a pochi mesi, tornando a Nizza per riprendere a quel teatro il mio impiego di primo baritono, dovetti per impotenza di voce, supplicare l'impresario a volermi surrogare con altro artista più valido. Io rimasi a Nizza fino al termine della stagione, sciupando gli ultimi aneliti della mia povera voce avariata nella esecuzione di qualche parte comica o secondaria. Nelle varie riprese della mia carriera intermittente, non mi era mai accaduto di sentirmi trapassare l'orecchio dal sinistro stridore dei fischi. Questa soddisfazione, che solo mancava a completare la mia biografia teatrale, l'ebbi a Milano di là a cinque mesi, clamorosa, spietata, degna di me. Il teatro Carcano, che era stato nel 1847 il mio campo di Marengo, si tramutava otto anni dopo nel mio Waterloo. I fischi, le grida, le contumelie che mi investirono mentro io adunava invano gli ultimi residui delle mie note agonizzanti per cantare nel Templario la parte eroica di Briano, mi intimarono di cedere le armi. All'indomani della sconfitta, io presi risolutamente il partito di abdicare, e confesso che deponendo i titoli di baritono assoluto e di cantante disponibile, mi parve di rifarmi uomo, di ricostituirmi cittadino. L'ottimo Rovani, ch'io non conosceva di persona, narrando nella Appendice della Gazzetta di Milano quel mio primo ed ultimo fiasco, con quella squisitezza che era la luce simpatica di ogni suo scritto, si rallegrava che io abbandonassi la scena promettendomi degli allori più invidiabili nel campo delle lettere. Da quel giorno divenni scrittore—e ho scritto molto, ho scritto troppo, e molto ancora dovrò scrivere prima di toccare la meta ospitale che l'Italia promette a chi lavora onestamente colle forze dell'intelletto.
[5] Era chiamato il Re dei tenori; e davvero Napoleone Moriani fu artista di canto sotto ogni aspetto eminentissimo. Nacque nel 1806, morì nel 1878 in Firenze sua patria. Prima di darsi al teatro, aveva compiuti gli studi legali all'Università di Pisa. E fu in quella città che il Moriani strinse amicizia col giovane e allora latente poeta Giuseppe Giusti, il quale più tardi gli dedicò uno de' suoi stupendi carmi satirici, dove sono rammentati i dolci tempi di Pisa,
Quando di notte per la via maestra
I duo teco vociando e la romanza
Prendea diletto di chiamar la ganza
Alla finestra, ecc., ecc.
Napoleone Moriani emerse specialmente nelle opere del Donizetti. Fu nella Lucia un Edgardo idealmente patetico e sublime, nella Borgia un Gennaro così appassionato, che in udire dal suo labbro le parole del terzetto O madre mia, ecc., ecc., erano ben pochi gli spettatori che non si commovessero al pianto. In molti romanzi inglesi o francesi vien ricordato il Moriani; Balzac e Giorgio Sand accennano a lui ed al fascino ch'egli esercitava colla soavità della voce e colla espressione del canto. Dopo aver percorso trionfalmente i principali teatri di Europa, idolatrato dalle masse, onorato da insigni maestri e letterati non che da principi e sovrani, quando la voce gli venne meno e vide per colpa non sua dissipati in sterili acquisti i suoi guadagni, non isdegnò applicare la propria attività alle speculazioni commerciali ed alle industrie. In questa seconda fase, in verità poco luminosa e talvolta angosciata della sua esistenza, l'onesto e intelligente cittadino si elevò all'altezza dell'artista. Io posseggo parecchie lettere a me dirette ne' suoi ultimi anni. Le ultime parole ch'egli mi rivolse da Firenze furono un atto di protezione in favore di un giovane poeta ch'egli riteneva predestinato a nobile carriera. Moriani amava i poeti—e non era egli, ai tempi suoi gloriosi il poeta del canto e dell'amore?