[6] Il teatro Carcano fu per anni parecchi, segnatamente all'epoca degli impresari Boracchi, Rovaglia e Crivelli, un campo di tumultuose manifestazioni, alle quali non era estranea la politica. Avveniva talvolta che le proteste contro uno spettacolo mal riuscito od uggioso, per qualche latente istigazione dei partiti agitatori, si chiudessero coll'invasione del palco scenico, con pioggie di patate, di torsi di cavoli, di bicchieri e d'altri più rovinosi proiettili. Ad una infelicissima esecuzione dello Stabat Mater di Rossini il pubblico infranse tutti i vetri delle lampade, mandò in frantumi gli specchi che ornavano l'atrio, e spinse la violenza riottosa fino a strappare gli stipiti aderenti alla porta d'ingresso.

[7] Il famigerato poliziotto Bolza amava la musica. Egli fece educare al canto una sua figlia, la quale riuscì eccellente prima donna, e percorse lunga e trionfale carriera sotto il nome di Ponti Dall'Armi. Un'altra figlia del Bolza andò sposa al maestro Alberto Mazzucato, musicista profondo, eccellente critico, e agli ultimi della sua vita Direttore del R. Conservatorio di Milano.

[8] I Baccanti vennero acquistati dalla Casa editrice Ricordi, e uscirono stampati nell'anno 1847. Il maestro, in segno di riconoscenza, dedicò lo spartito al baritono che si era fatto imprigionare per amor suo. I martiri…. hanno sempre un compenso.

[9] Una mezza dozzina di maestri impotenti, relegati nei Conservatorî a digerire la loro ambizione rientrata; un'altra mezza dozzina di critici pretenziosi e venali, oltrecchè ottusi ad ogni estetica che parli alla fantasia ed al cuore, si son fatti banditori in Italia di una maniera d'arte che è dell'arte vera la negazione. Una casa editrice di Milano, vagheggiando il patriotico disegno di sconfiggere il gran maestro contemporaneo, le cui opere fecero trionfalmente il giro del mondo, comperò e fece rappresentare in Italia le opere del Wagner, spendendo somme ingenti per farle applaudire e portar a cielo da un certo pubblico. Si inventarono le assurde parole: arte dell'avvenire, arte aristocratica, ecc., ecc. Si credette che l'assurdo, il mostruoso; l'incomprensibile potesse quandochessia surrogare il semplice e il bello. L'autore del Tanäusher ottenne a Bologna una apoteosi, e onoranze quasi identiche, se non maggiori, vennero rese nella istessa città ad un giovane maestro indisciplinato e scorretto, la cui prima opera I Goti appena meritava l'indulgenza delle tre rappresentazioni pragmatiche. Giornalisti compiacenti o stipendiati profittarono delle replicate mistificazioni per confondere i criterî del pubblico. Ma il pubblico, questo sublime ignorante che ne sa più dei critici; questo ente impressionabile e fiero della propria indipendenza; questo arbitro dell'arte, che comprese Rossini, che si estasiò ai patetici canti del Catanese, che da trenta e più anni palpita e freme pel fascino della musica di Verdi, il pubblico d'Italia infine, non si lasciò imporre dalle ciurmerie. L'arte dell'avvenire è già ripudiata; se tratto tratto essa manda ancora qualche sprazzo di fatua luce nei teatri o nelle sale dei Conservatorî, sono sprazzi che somigliano agli ultimi boati di un cratere prossimo a spegnersi. È però doloroso che taluni giovani musicisti, allucinati dagli effimeri successi del Wagner, sbalorditi pel trionfo dei Goti, siensi lasciati buono o malgrado trascinare sulle barbare orme. Più doloroso, che questo perturbamento di criterî estetici abbia interrotto in Italia quella catena di capolavori pei quali pareva dovesse eternamente verdeggiare la fronda del nostro primato musicale.

[10] Il maestro convalescente era Alberto Mazzucato. Appena si seppe che il Mariani avrebbe aderito ad assumere alla Scala la direzione dell'opera l'Africana, parve destarsi un serio allarme fra i professori dell'orchestra. Si temette che il valente e famoso maestro venisse ad impadronirsi per sempre del seggio ambito da molti. Per scongiurare il pericolo, i più intriganti si fecero dattorno al Mazzucato e colle belle, colle buone, lo indussero ad abbandonare il letto ed a riprendere la sua bacchetta da direttore. La storia del teatro è una trama di bassi intrighi. E vi è chi chiama il teatro il tempio dell'arte.

[11] Vanitoso, come tutti i favoriti dalla natura e i corteggiati dal mondo, il Mariani più che alla sua fama di musicista, teneva a quella di grande patriota e di politico chiaroveggente. Narrava piacevolmente certe sue storielle non sempre verosimili, dov'egli figurava da eroe o da martire, secondo l'occasione. Si diceva amico intimo di Imperatori, di Re, di alti personaggi diplomatici; a questi aveva dato consigli di moderazione e di saggezza, ad un altro aveva suggerito dei piani di battaglia. Allorquando, nel 1859, si seppe che Napoleone III, alla testa di duecentomila francesi, scendeva in Italia per muover guerra agli austriaci, il Mariani andava ripetendo agli amici che di quell'avvenimento poco o punto si meravigliava, comecchè egli ne fosse già prevenuto segretamente da un alto personaggio.—E chi era l'alto personaggio?—Diamine! ci vuol tanto a indovinarlo? Egli stesso…. il mio amico Luigi.»—E qui, si faceva a narrare che trovandosi egli nella precedente primavera a Parigi, avea nel gran viale dei Champs-Elisées, incontrato una mattina un elegantissimo tilbury guidato dall'Imperatore. Questi, al vedere il suo vecchio amico di Rimini, aveva repentinamente trattenuti i cavalli, e accennatogli di accostarsi. Naturalmente, il Mariani obbedisce, si accosta alla carrozza, col cappello in mano.—Via! bando ai complimenti, copriti il capo! gli dice l'imperatore con accento cordialissimo—so che sei a Parigi da due giorni e non ebbi ancora l'onore di una tua visita—Sire… Maestà….—Via! perchè oggi non mi tratti da amico?… È vero, oggi io mi chiamo imperatore dei francesi, ma tu sei l'imperatore delle orchestre…. Alle corte!… Se l'imperatore dei francesi può esserti utile in qualche cosa, non hai che a profferire una parola.—Sire, risponde allora il Mariani con voce supplichevole, per me non chiedo nulla, ma voi potreste far molto per la mia povera Italia….—Per esempio? domanda l'imperatore.—Per esempio…. dar la mano al Piemonte, intimar guerra all'Austria, e liberarci dall'orrendo giogo che ci pesa sul capo.—Non chiedi altro? esclama l'imperatore.—Null'altro, Sire.—Ebbene, ti prometto che alla primavera del 1859 la tua Italia sarà liberata dall'Alpi all'Adriatico; ma bada, veh! silenzio per ora! su queste parole, il principe diè una sferzata ai cavalli—e il Mariani…. tornò in Italia di lì a pochi giorni per riprendere il suo seggio al Carlo Felice.—Questo aneddoto, tuttochè ripetuto spesso dal Mariani, con stranissime varianti, incontrava degli increduli, ma egli lo narrava con tanto garbo, che nessuno osava fargli delle obbiezioni, e taluni gli rendevano anzi vivissime grazie di avere colle sue franche parole esercitata sulla politica di Napoleone una influenza sì favorevole alle sorti italiane.

[12] Quella che da venti anni suol chiamarsi in Italia arte dell'avvenire, non è che un vano attentato contro il buon gusto e contro il senso comune. Ora, non è a credersi che simili attentati possano mai riuscire. Converrebbe che la fibra umana si mutasse, converrebbe che le tendenze più nobili dello spirito e le aspirazioni verso il bello si spegnessero affatto. Dal caos momentaneo, prodotto da un fenomenale straripamento di ciurmeria e di grulleria altolocata uscirà quando meno lo si attende, il Nume novello, che separerà le acque dall'humo e la luce dalle tenebre. I ranocchi torneranno al pantano, e gli uccelli riprenderanno nell'etere sereno i loro canti melodiosi.

NOTE

ALLA BIOGRAFIA DI G. PACINI

[1] Dei giornalisti non è a far meraviglia; a certe epoche costoro si rimbalzano l'uno all'altro delle frasi, senza darsi la pena di riflettere un istante per vedere quanto vi sia in esse di vero o di assurdo. È piuttosto a stupire che i giovani maestri, e fra questi anche i più colti ed esperti dell'effetto teatrale, mostrino tanto abborrimento per la cabaletta; la quale non è, in ultima analisi, che un ritmo musicale molto atto ad esprimere le concitazioni ed i sussulti della passione. Si pretende da certi barbassori della critica che la cabaletta ripugni al gusto odierno del pubblico. Nulla di più falso. Nelle due opere più fortunate del Gomes, Guarany e Salvator Rosa, i punti più culminanti del successo furono segnati dalle cabalette dei duetti a soprano e tenore. Alla prima rappresentazione della Fosca, il pubblico della Scala cominciò a riscuotersi e ad applaudire con entusiasmo ai primi accenni della cabaletta: Cara città natia. Qualche cosa che arieggia la cabaletta è il canto. O dolce voluttà, del Marchetti; ed è là che gli spettatori paiono elettrizzarsi, e in ogni teatro dove si rappresenta il Ruy Blas, quel frammento lirico lo si vuol ripetuto. Dove fu dato il Papà Martin del Cagnoni, la cabaletta a tenore e soprano ottenne sempre gli onori della replica, E quanti esempi potremmo accumulare! Non è egli vero che alla riproduzione di molte opere antiche e troppo spesso riprodotte in ogni città, avviene spesso che il pubblico dia una solenne smentita ai sistematici denigratori della cabaletta? Sovveniamoci dei Puritani e dell'Anna Bolena, ricomparsi alla Scala recentemente. Nell'antica e troppo obliata opera del Donizetti, il tenore Gayarre trovò il suo punto di successo nel brillante ritmo dell'aria: Ah! così nei dì ridenti, tanto da doverlo ripetere ogni sera fra le ovazioni più clamorose. Malgrado questi fatti, i giornalisti non cesseranno di ripetere la loro frase, e i maestri sapienti, per rispetto all'assurda diceria, si guarderanno bene dal solleticare l'orecchio del volgo idiota con un ritmo che indubbiamente suol colorire di tanta luce il melodramma. Così avverrà che molte opere non prive di pregi sprofonderanno per omnia sæcula nella dissolvente ammirazione dei dotti.