—E qual risposta debbo io recargli?
—A chi dunque? risponde Aurelio stizzito.
—A lui... all'altro mio padrone... al signor Enrico insomma...
—Al diavolo entrambi! ch'io sono oggimai ristucco di queste tue baje! prorompe Aurelio balzando in piedi.
Il servo s'inchina, ed esce dalla sala per pochi minuti; quindi, rientrando poco dopo, pallido in volto, i capelli irti in sulla fronte, s'inchina di bel nuovo innanzi ad Aurelio, e gli porge una lettera.
Perchè mai la mano di Aurelio trema convulsa nell'aprire quel foglio?
Sulla soprascritta egli ha riconosciuti i caratteri di suo fratello; le cifre sono recenti ed umide tuttavia; non più dubbio... la mano del morto... ha vergate quelle cifre.
«Dilettissimi!
«Ieri sera ho lasciato il Campo santo colla dolce speranza di rivivere per qualche tempo in mezzo a voi. Le lacrime che voi spargeste intorno al capezzale del mio letto, quando io vi dava l'ultimo addio, e quelle che versaste dappoi sulla mia tomba, m'erano pegno del vostro affetto e guarentigia d'amorevole e festosa accoglienza. Mi sono ingannato. Non temete però ch'io vi muova alcun rimprovero: il torto è mio e son pronto ad espiarlo. Veggendo la vostra esitazione e il vostro imbarazzo, per non accrescerli davantaggio colla mia presenza, io riprenderò fra poco la via del cimitero, e mi adagierò nuovamente nella cassa col fermo proposito di non uscirne più mai. Questa seconda morte mi accora assai meno della prima, essendo io convinto oggimai di questa grande verità: che cioè i parenti morti giovano assai meglio dei vivi.