Quel cenno apriva a Franz Sthoeny una nuova carriera. Vendute le mobilie e le suppellettili della casa, l'artista era partito per Parigi in compagnia del suo maestro ed amico.

Prima che Paganini avesse dato al teatro dell'Opera i suoi meravigliosi concerti, Franz si era fatta, per una serie di esperienze e di raffronti, una convinzione superba ed un proposito irremovibile.—La convinzione era questa: di ritenersi superiore a tutti i più rinomati violinisti ch'egli aveva uditi nella capitale della Francia—il proposito era di spezzare il proprio istrumento, e con esso la sua esistenza, qualora non fosse riuscito a tenere il primo posto fra i suonatori dell'epoca. Il vecchio Klauss si compiaceva di quel nobile orgoglio, e credeva, lusingandolo, di compiere in buona fede una sant'opera.

Ma prima di prodursi al cospetto del pubblico, Franz aveva aspettato con trepida impazienza che il tanto decantato italiano facesse le sue prove a Parigi. Il nome di Paganini era stato, per alcuni mesi, una spina rovente al cuore di Franz—un incubo, un fantasma minaccioso allo spirito del vecchio Samuele.

Sì l'uno che l'altro aveano più volte tremato per quel nome di artista—sì l'uno che l'altro avevano presagito sinistramente della sua venuta a Parigi.

Chi può descrivere le ansie, gli spasimi, gli atroci entusiasmi di quella nefasta serata?—Franz e Samuele, alle prime arcate di Paganini, avevano rabbrividito. Il maestro e l'allievo, compresi da un entusiasmo che era per entrambi angoscia tremenda, non osarono guardarsi in faccia, non che ricambiarsi un accento.

A mezzanotte, dopo il concerto, rientrarono muti e lugubri nel loro appartamento.

—Samuele!—disse Franz gettandosi sovra una seggiola con portamento disperato—va!... noi altri non siamo buoni a nulla—hai capito?—a nulla!... proprio a nulla!...

Le rughe del vecchio maestro divennero livide.—Dopo breve silenzio, Samuele riprese con voce cupa:

—Eppure tu hai torto, Franz—io ti ho insegnato quanto si può insegnare da un maestro, e tu hai tutto imparato ciò che l'uomo può imparare dall'uomo. Qual colpa ci ho io, se questi dannati italiani, per primeggiare nel regno dell'arte, hanno ricorso alle ispirazioni del diavolo ed agli obbrobri della magia?...

Franz fissò gli occhi nel vecchio maestro con espressione sinistra:—quello sguardo parea dire: «ebbene! a che mai tanti scrupoli?... pur di elevarmi a tanta potenza nell'arte, ed io pure mi darei al diavolo, anima e corpo!»