»Quindici giorni dopo la scena che ti ho narrato—il mio povero Adolfo moriva di terribile malattia...
La marchesa fece una breve pausa—e portò la mano agli occhi, per spremere una lacrima che tardava a spuntare.
»All'annunzio di quell'immensa sventura, corsi nella mia camera—mi gettai sul letto, piansi disperatamente, e giurai, che tutta la mia vita sarebbe un olocausto d'amore alla memoria di quell'uomo adorato...!
»Due anni passarono—anni di lutto, di vaneggiamenti segreti, di sconsolati desiderii... L'immagine di Adolfo non si partiva dal mio cuore... Nelle veglie e nei sogni egli mi era sempre presente... Io lo vedeva, lo sentiva rivivere, ascoltava la sua voce nei miei esercizi musicali, riproducendo le divine melodie, che un tempo erano il nostro colloquio d'amore... Tutta l'anima mia era piena di lui!
»Puoi immaginare, Eugenio, di qual'occhio io mirassi gli eleganti giovanotti che frequentavano le nostre sale; come io accogliessi le banali galanterie e i facili omaggi!
»In quel tempo il marchese D... mi fu presentato.
—Povero marchese! Nobile, eccellente creatura!—Vera pasta da marito.—Egli prese a corteggiarmi con assiduità;—vedendosi il meglio accolto di quanti mi ronzavano intorno con pretesa di conquista, egli fu primo ad illudersi.—Più tardi ebbi anch'io la sventura di dividere quella fatale illusione! In un momento di esaltazione magnetica, il mio labbro promise... E il marchese divenne il primo anello di una lunga catena di mistificazioni, delle quali entrambi fummo vittime.
»Egli suonava il flauto... come Adolfo.—In udire quei suoni, credetti che un nuovo amore si rivelasse all'anima mia—invece era un flauto che rinfocava un amore antico!
A questo punto la marchesa mi vibrò di sbieco una occhiata diffidente, come temesse di sorprendere un sorriso di ironia. L'espressione del mio volto parve rassicurarla, ond'ella ripigliò con coraggio: