II.

Cinque mesi dopo, si dava alla Scala la prima rappresentazione dell'Africana di Mayerbeer—e i nostri due sposini brillavano da un palchetto di prima fila, mentre io, coll'amico Maccabruni, mi trovava in platea, serrato nelle costole da due individui, i quali, pel loro biglietto gratuito, fors'anche per qualche spicciolo intascato il mattino, battevano le mani a far sangue.

Malgrado i pregi della musica e il dimenarsi dei miei vicini, che parevano invasati, al terzo atto io cominciava a noiarmi, e il mio amico Maccabruni più di me.

Buon per noi che il fragore della istrumentazione e degli applausi ci permetteva di conversare a mezza voce, senza dar nell'orecchio a nostri prossimi.

Maccabruni mi invitò a girare lo sguardo verso il palco dei due sposi.—La donna era seduta, colla testa leggermente inclinata, e la sua mano, posta a visiera della bocca, lasciava indovinare un enorme sbadiglio.

—Ecco là qualcuno che si diverte come noi! dissi all'amico—la signora non sembra molto commossa dall'inno a San Domenico...

—Ma il marito, come tu vedi, fa le vendette di quello sbadiglio... Oh! Oh... si leva in piedi... si getta colla persona fuori del palco...

—Guarda... guarda lassù! quel signore diventa pazzo... Vedi come straluna gli occhi!...

—Presso a poco come sua moglie... con questa sola differenza che la moglie straluna anche la bocca...

Parlando, appena ci eravamo accorti che l'atto era finito, che i nostri vicini aveano cessato di battere le mani, epperò potevano udirci.