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Non intendo descrivervi tutte le fasi di quell'epistolario. Vi basti sapere che, fosse effetto della mia eloquenza, fosse prepotenza naturale di simpatie, al quinto carteggio la signora promise un abboccamento.
Il convegno della coppia avventurata doveva aver luogo sul bastione fra porta Renza e porta Tosa, alle sei del mattino.
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Difficile mi sarebbe esprimere ciò che io provai, all'avvicinarsi della catastrofe. Il mio turbamento era tale, che io non poteva a meno di chiedere a me stesso, se qualche cosa di somigliante all'amore si fosse impossessato di me. Nel mirare la gioia del bell'Arturo, nell'udire le sue esclamazioni grottesche, io sentiva uno spasimo non mai provato.
Io non poteva darmi pace all'idea che quello stupido animale fosse predestinato al possesso di una donna, ch'egli più volte mi aveva dipinta quale un angelo di bellezza e che io, attraverso le grazie seducenti del suo epistolario, aveva tanto ammirata. Io cominciai a sentire il rimorso della mia complicità. Il desiderio di impedire quel colloquio pareva a me suggerito dagli impulsi della gelosia.—Era io dunque innamorato? Questa domanda mi affannava e mi irritava. E quando io mi studiava di volgerla in celia, sentiva che i miei sforzi erano vani. Che non avrei tentato per mandare a vuoto quell'abboccamento, per rompere le fila di una trama da cui potevano derivare mille calamità ad una donna tanto simpatica per elevatezza di spirito e squisitezza di sentimento? Essendo in mio potere il salvarla, mi pareva di commettere un delitto assistendo con tanta indifferenza al pericolo che io vedeva sovrastarle, e cooperando io stesso alla sua perdizione.
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Tali presso a poco erano i miei pensieri nei due giorni che precedettero l'abboccamento. E forse io avrei subito ceduto alla tentazione di giuocare un mal tiro all'amico, se non mi fosse balenata alla mente la speranza che quel colloquio potesse riuscirgli fatale.