Immaginate la mia sorpresa, il mio disappunto, la mia desolazione!
Mi recai dalla contessa Bavoso. Il sindaco del paese, venuto a Milano per certi suoi affari, era in quel giorno dalla contessa. Mi presentai trepidante come un reo che va incontro al suo giudice—la presenza del sindaco raddoppiava le mie angoscie.
—Bravo! molto bene! benissimo!—cominciò la contessa.—Il bell'onore che vi fate! Ecco la lettera del vostro professore—leggete se vi dà l'animo... E poi... abbiate ancora il coraggio di comparirci davanti!
Io lessi, e rimasi oltremodo meravigliato in vedere le strane cose che in quel foglio si dicevano sul conto mio. Mi si accusava di poca assiduità alle lezioni; si attribuiva il progressivo e non logico deperimento della mia voce a qualche vizio secreto, a qualche disordine organico prodotto dalla crapula o da altri abusi più gravi.
Fui preso da indignazione.—Signora contessa! esclamai coll'accento più vivo—mi meraviglio che questi signori mettano in giro tali calunnie... Io non ho mancato mai alle lezioni, e la mia condotta fu sempre quella di un onesto figliuolo. Il maestro pretendeva fabbricarmi una voce da tenore, rinforzandomi i bassi—io mi sono uniformato a' suoi consigli, e mentre lavoravo a consolidare i fondamenti dell'edifizio, il tetto è crollato. Quel signor fabbricatore di voci non ha fiato in corpo per sè—ed io, quando entrai al Conservatorio, ne aveva tanto da gonfiarli tutti quanti... Insomma...
—Insomma! Insomma! mi interruppe la contessa.—Voi siete un disgraziato., voi tornerete al paese a zappare le rape... Non si perdono il si bemolle e il la naturale senza qualche sconcerto dell'organismo, prodotto dai disordini e dai vizi.—So quello che mi dico... so quello che voi stesso ignorate... Il signor sindaco qui presente porterà la notizia a vostro padre... e voi partirete quando vi farà comodo.
Ciò detto, la contessa mi fece cenno d'uscire. Il sindaco, per rinforzare l'apostrofe della contessa, mi annichilì con un motto spietato:—Avremo un bel campanile... al paese!
Attraversando l'anticamera sentii afferrarmi pel soprabito da una mano tenace.
Mi volsi—era la Savina.