—Ho inteso tutto... Cos'è questo bemolle che hai perduto? Voglio saperlo...

—Lasciami in pace... Savina...

—No!... voglio saperlo... Dio sa quante ne hai fatte!...

—Savina... ti dico!...

—Sento gente... va pure... Ci rivedremo domenica... all'ora della dottrina.

Uscii dalla casa Bavoso coll'animo in tempesta.

Dopo essermi aggirato per le vie di Milano, dibattendo molti progetti, entrai in una bottega da caffè dov'erano soliti a convenire alcuni artisti e studiosi di canto a me noti. Vedendomi accorato, mi interrogarono. Narrai ciò che mi era accaduto. Un signore di età matura che aveva prestato orecchio al mio racconto: «un altro Maccabeo!» esclamò con biblica amarezza—poi, voltosi a me direttamente: «Io conosco la contessa Bavoso, mi disse-è una pianista di gran talento e una dama di cuore—peccato ch'ella viva sotto la pressione del Conservatorio!—in ogni modo io non ho ancora disperato di convertirla... Chi sa! sareste voi disposto, figliuol caro, a fornirmi i mezzi per un'ultima prova?»

La mia situazione era tale che le parole di quell'uomo, tuttochè enigmatiche, mi apersero il cuore alla speranza.

—Se ti rimane un filo di voce, proseguì egli, a cui si possano riannodare dieci o dodici note, io mi incarico di restituirti in sei mesi ciò che i Bramini del Conservatorio ti hanno rubato nel corso di un anno.

Ciò detto, mi porse il suo biglietto di visita, e mi fece promettere che il dì seguente, verso le dieci ore del mattino, mi sarei recato da lui. Immaginate la mia gioia, quando uno degli astanti, un certo Zilgo, tenore in aspettativa, mi avvertì che quel mio nuovo protettore era il più insigne maestro di canto dell'Italia e dell'Universo, il solo che sapesse realmente creare le voci o ridonarle al primiero stato in caso di deperimento.