—Si tratta, come dissi, di una campagnata—dunque molta allegria, grandi applausi e pochi soldi... non è vero? Gli esordienti—regola generale—non hanno diritto a compenso, e dovrebbero anzi, a rigore di legge, sborsare all'impresario una somma, pel grave rischio a cui questi va incontro esponendo sulle scene un artista sconosciuto e di dubbio talento. Ma io ho fede in te; so che possiedi una bella voce e conosco del pari le tue strettezze. Vedrai dal presente contratto che ho cercato di aiutarti—apponi dunque la tua firma, e domani partirai per Arona, ove, non dubito, farai onore alla mia agenzia.

Così parlando, il Cinguetta mi porse la scrittura che mi obbligava a cantare per una ventina di rappresentazioni al teatro di Arona, a recarmi alla piazza in tempo debito onde intervenire alle prove di cembalo e di orchestra, nonchè a provvedermi a mie spese del basso vestiario in perfetto costume. In compenso delle mie prestazioni, l'impresario mi avrebbe pagata la somma di lire sessanta, suddivisa in quattro rate, giusta le consuetudini teatrali, restando a mio carico le spese di viaggio e la provvigione dei cinque per cento devoluta al mediatore.

Naturalmente, apersi il labbro per muovere qualche obiezione; ma il Cinguetta, strappandomi il foglio dalle mani e facendo atto di lacerarlo:—tutti di uno stampo! esclamò con mal piglio—quando siete a spasso, mille suppliche, mille transazioni;—vi si offre una scrittura, eccovi tosto colle grandi pretese!—Figliuol mio.... non faremo nulla. Non ho che a battere il suolo coi tacchi per veder sorgere una legione di bassi profondi, pronti e disposti a cantare per l'amore dell'arte!

Non era il caso di discutere—io segnai la scrittura con mano tremante, la piegai, la chiusi nei taschetti del soprabito e atterrito della mia nuova situazione, presi commiato dall'agente teatrale ringraziandolo colla voce ed imprecandogli col cuore. Il Cinguetta mi accompagnò fino alla porta, e come uomo ispirato subitamente da una idea luminosa:

—A proposito, mi disse; non sarebbe bene che noi regolassimo tosto i nostri conti? di tal guisa ti risparmieresti l'incomodo e la spesa di spedirmi il danaro per la posta.... La somma che mi devi è tanto meschina...

Io compresi che si trattava della provvigione. Non aveva indosso la somma di dieci soldi, e la mia mente già cominciava ad affannarsi nella ricerca di uno spediente qualunque, pel quale mi fosse dato di trasferirmi alla piazza. Esposi francamente al Cinguetta la mia triste posizione; gli feci capire che, aiutandomi la fortuna, lo avrei più tardi compensato largamente. Le mie parole esprimevano la più viva commozione.

—Non importa!—disse l'agente con un suo risolino di ipocrita benevolenza—io amo gli artisti e so investirmi delle loro circostanze... Se non puoi darmi danaro.... vedi.... sarei anche disposto ad accettare qualche segno di riconoscenza.... per esempio... vediamo un poco.... Così parlando, portò la mano alla catenella di argento che mi scendeva nel taschino del gilet, e ne trasse fuori un gramo orologio di argento, unico ricordo di mia madre che io aveva religiosamente conservato fino a quel giorno in onta delle urgenze più calamitose. Quel Cinguetta aveva la mano così disinvolta, e la mia resistenza era così debole e impacciata, che l'orologio in un attimo divenne sua preda. Io finii col ringraziarlo di avere accettato in benemerenza dei suoi grandi favori, un dono così meschino.

Il mio debut al teatro di Arona fu abbastanza fortunato, ma avendo dovuto respingere venticinque giornali che mi erano stati inviati da varie città d'Italia con invito all'abbonamento, nessuno fece parola di me, e se alcuno parlò, fu per dire che io era un cane della peggiore specie. In ogni modo la campagnata si chiuse colla solita catastrofe. A metà della stagione l'impresario si assentò dalla piazza e si rese irreperibile—io perdetti l'ultimo quartale, e dovetti tornare a Milano colle mie gambe, lasciando in ostaggio al padrone di casa la barba ed i sandali del profeta Zaccaria.

Per una decina di anni venni sobbalzato da teatro a teatro. Le estorsioni dei corrispondenti, i ricatti del giornalismo, le frodi degli impresari cooperarono siffattamente al perfetto equilibrio delle mie finanze, che al finire di ogni stagione non mai ebbi ad inquietarmi per l'impiego de' miei sopravanzi. Le scritture del carnevale e dell'autunno pagavano regolarmente gli arretrati della disponibilità precedente—la perdita di uno più quartali, già preveduta nel bilancio, frenava i miei appetiti, e mi imponeva la più rigida soppressione delle superfluità. L'unico rimorso che ancora mi pesa sull'anima è quello di aver sprecato una piccola parte del mio peculio nello sfamare quattro o cinque giornalisti teatrali, non saprei dirvi se più scimuniti o bricconi. Una tale debolezza era frutto di inesperienza; ma dacchè a Firenze mi avvenne di applicare una dozzina di nerbate sul grugno di un certo Montâsino fabbricatore di riviste, ebbi a convincermi non esservi miglior espediente di questo per insegnare ai bèceri del giornalismo la morbidezza dello stile.

Vi fu un'epoca nella quale, per un bagliore inusitato di promesse, io credetti di aver finalmente afferrate le chiome della fortuna. Dopo quattro lunghi mesi di disponibilità, mi venne offerta una scrittura pel teatro di Lima. Il mandatario dell'impresa, un personaggio tutto fulgido di diamanti e d'altre pietre inqualificabili, si faceva chiamare Don Diego y Gonzalez y Caballero Radamonteros Pordodios de las Quercás.—Il di lui nome non mancava di sonorità e le paghe ch'egli offriva agli artisti non erano meno sonanti. Vi basti sapere che l'emolumento a me fissato si traduceva nella somma di franchi cinquantamila all'anno, più due serate di benefizio, assicurate in diecimila franchi cadauna.