Un giorno l'organista del paese si recò a visitarmi—Pirletta, mi disse—eppure io non so capacitarmi che la tua bella voce sia proprio svanita! Se ci provassimo... così per spasso?.... Farò trasportare nella tua camera da letto la mia spinetta... Ricomincieremo dalle scale—e chi sa?—le scale conducono in alto...
Che volete? mi lasciai vincere dalla tentazione, e ripresi, colla scorta del dabbene organista, gli esercizi del solfeggio. La mia voce da basso non era delle più ingrate; io studiava con moderazione, senza violentare la natura, e apprendeva, ciò che i professori di Milano avevano sdegnato insegnarmi, i principii fondamentali della musica. Io comprendeva i miei progressi, e il mio cuore si riapriva alla speranza, la mia mente si irradiava di nuove illusioni.
Dopo due anni di studi regolari ed indefessi, l'organista mi avvertì solennemente che a lui non restava più nulla da insegnarmi, a me più nulla da apprendere.—Sei maturo, mi disse; non ti resta che salire il bosco e fare la tua galletta.
Mio padre mi fornì cinquanta lire e la sua benedizione perchè andassi a Milano in cerca di una scrittura. Il parroco, il sindaco, il veterinario e l'ottimo organista ingrossarono il mio peculio di qualche spicciolo e di molti consigli.—Uscii dal paese due ore prima dell'alba, e volgendomi al famiglio che aveva attaccata la bestia al biroccino: tornerò fra cinque o sei anni, gli dissi; e quando il campanile sarà compiuto, andrò lassù a sputar sulla testa di quei buffoni che si fecero giuoco di me.
Ma in cielo non era scritto che io donassi un campanile alla ingrata mia patria. Prima di ottenere una scrittura, rimasi a Milano due anni—e furono due anni di patimenti, di umiliazioni, di angoscie indescrivibili. Io faceva regolarmente ogni giorno il giro di tutte le agenzie teatrali; i corrispondenti mi davano delle promesse e sempre mi congedavano col ritornello: lasciatevi vedere!—All'indomani, quando io mi presentava, fingevano di non vedermi.
I miei abiti si aprivano sui gomiti e parevano ricambiare dei sorrisi alle scarpe che mostravano i denti. Non vi parlo dei miei lunghi digiuni, delle notti passate all'aria aperta o sulle panche del caffè Martini. I miei amici erano una dozzina di cantanti in perenne disponibilità—i quali mi confortavano affermando che gli agenti teatrali erano una masnada di assassini, il pubblico una massa di imbecilli, e gli artisti più lautamente pagati una camorra di intriganti privi di voce e talento.
Finalmente (e in quell'istante vidi aprirsi il paradiso) un agente teatrale mi invita per lettera a recarmi premurosamente da lui.—Accorro ansante dalla gioia—precipito nella sala d'uffizio e interrogo collo sguardo il mio destino.
L'agente era un certo Cinguetta, un uomo di sinistro aspetto e di fama perduta; eppure, all'idea ch'egli intendesse offrirmi una scrittura, mi parve un cherubino.
—Sei tu disposto—mi chiese con brusca amorevolezza—a fare una campagnata di venti giorni cantando nel Nabucco la parte di Zaccaria?
—Se le pare... se lei crede...