Ciò che vi narro vi parrà inverosimile; eppure a quell'epoca c'erano in Milano dei maestri di canto che spingevano più oltre la ciurmeria.—E credete voi che oggigiorno le cose sieno mutate? Chiedetene notizia a quelle tante infelici, che dopo avere dal rigido settentrione trasmigrato in Italia per apprendervi la bell'arte del canto, ritornano in patria senza voce, senza quattrini, senza professione, senza... tutto quello che hanno dovuto immolare ai maestri, agli agenti teatrali ed ai giornalisti.

In seguito alle esperienze ginnastiche che vi ho descritte, e ad altre di cui vi taccio per brevità, il mio nuovo maestro espose la sua ferma convinzione che in meno di sei mesi, seguendo il suo regime, io avrei ricuperata la mia bella voce di tenore, e di là a due anni, persistendo nello studio, sarei stato in grado di esordire con lieto successo alle scene. Queste promesse suonavano abbastanza lusinghiere; ma l'ispirato missionario dell'arte non pareva disposto a darmi lezione gratuitamente. Fu convenuto che io avrei diretto una supplica alla contessa Bavoso, onde ottenere qualche sussidio nei sei mesi di esperimento; il maestro si sarebbe egli stesso incaricato di presentare la mia lettera, perorando a voce la mia causa e magnificando le mie ottime disposizioni musicali. Ogni cosa riescì per bene. Scorsa una settimana, la contessa mi fece chiamare al palazzo, e dopo una lunga ammonizione che io ascoltai col massimo raccoglimento, mi diede il grato annunzio che ella medesima si assumeva di pagare le mie lezioni, fissandomi altresì un piccolo assegno mensile ond'io vivessi decorosamente a Milano. In seguito a questa nuova fortuna, io potei riannodare le mie relazioni colla Savina, la quale in un precedente colloquio mi aveva fatto capire che il cocchiere della contessa le avea inoltrate seriamente delle proposte di matrimonio.

Il signor Minassi[1] (tale era il nome del mio maestro) per circa due mesi mi esercitò alla emissione delle note, obbligandomi sempre, durante le lezioni, alla incomoda e ridicola giacitura di cui vi ho parlato poco dianzi. Tanto egli, come i colleghi di scuola e la grossa fantesca si mostravano stupiti dello straordinario sviluppo che la mia voce andava acquistando di ora in ora, di minuto in minuto. Mademoiselle Guardinaire, che per ordine del maestro si era fatta strappare due denti, i quali rendevano un po' ottuse le sue note di mezzo, mi animava a subire la medesima operazione, assicurandomi che ne avrei ottenuto un immenso benefizio. Il tenore Zilgo era d'avviso che io mi facessi levare le tonsille—e il maestro aggrottava le ciglia borbottando: «vedremo se sarà il caso—c'è sempre tempo a correggere la natura—ed io non dubito che il nostro futuro Donzelli sacrificherà all'arte, quando l'arte lo esiga, quelle superfluità dell'organismo che possono compromettere la libera emissione della voce.»

Pur troppo l'ora del sacrificio non tardò a suonare. In seguito ai violenti esercizi di respirazione, la mia voce si era ridotta a tale che ogni nota si rompeva in uno scrocco. Tutta la scolaresca fu chiamata a consiglio—il maestro produsse una chiara e minuziosa diagnosi del fenomeno patologico, concludendo col dichiarare di urgenza l'amputazione delle glandule tonsillari.

Sulle prime, mossi qualche difficoltà—ma avendo tutti in massa gli scolari spalancate le bocche per mostrarmi che non uno era andato esente dalla operazione, mi lasciai vincere dall'esempio.

Al taglio delle tonsille successe una allarmante infiammazione—per circa una ventina di giorni non mi fu concesso di emettere una nota—quando tornai dal maestro per riprendere il corso delle lezioni, con somma sorpresa di tutti si notò che da baritono io era divenuto basso profondo.

Quella scoperta produsse un cataclisma. Il Minassi improvvisò sulle rivoluzioni delle voci un erudito discorso che produsse la più viva commozione nella scolaresca; ma la contessa Bavoso, informata della metamorfosi che si era operata nel mio organo, mi avvertì per lettera che non intendeva continuarmi il sussidio, consigliandomi al tempo stesso di far ritorno al paese dove la mia voce da basso profondo sarebbe riuscita opportunissima per richiamare dai pascoli le giovenche. A quella lettera, dissuggellata dall'infida Savina, era aggiunto un poscritto in pessima calligrafia, che diceva testualmente: Dopo quelo che tano talliato, non sperare mai più nel mio amore; io sposerò quest'autunno il carozziere Pacicco.

Che fare? che tentare?—Dietro ordine della contessa, mio padre venne a Milano, mi colmò di rimproveri e mi intimò di seguirlo al paese. All'ora del mio arrivo, una ventina di villani stavano sulla piazza attendendomi.—Immaginate la mia vergogna, allorquando una voce acuta, emergendo dal crocchio, annunziò il mio ingresso colle parole: «In pèe tucc! à l'è scià el campanin!»[2]

Ed ecco in qual modo compensavano quei bifolchi la buona disposizione che io aveva manifestata di concorrere coi miei guadagni alla erezione del campanile!—Le buone intenzioni non hanno sconto sul mercato della vita.

Non volli più uscire di casa—mi resi invisibile. Io attendeva ai lavori dell'orto ed al governo della stalla, mutolo sempre e ingrugnato. Mio padre temendo che io cadessi ammalato, andò a consultarsi col veterinario.