«Le piazze e i caffè riboccano di soldati, le sciabole battono ancora il selciato e le muraglie; ma sono soldati amici, e il tintinnio delle armi che pochi mesi sono metteva il brivido addosso, ora è per tutti una musica gradita. Gli zuavi danno amicamente di braccio ai nostri barabba; i dragoni francesi cavalcano di pari passo co' nostri gentiluomini; le benefiche sartorelle non isdegnano di volgere un sorriso di buon augurio ai seguaci di Marte: esse che cinque mesi or sono torcevano lo sguardo dalle uniformi mormorando; brutt mòster! E le dame?... pazze per gli zuavi... pazze pei cacciatori di Vincennes, pazze pei corazzieri, pazze per le uniformi in genere! Oh davvero le dame si mostrano calde più che giammai... di amor patrio! Benedetto l'entusiasmo... della donna! non so se i mariti e i papà divideranno la mia opinione; se ciò non fosse, mi guarderei però dallo scagliare sovr'essi l'anatéma. Il signor Paolo d'Ivoy, corrispondente del Figaro parigino, scriveva che «a Milano le donne si mostrano riconoscentissime verso la Francia de' benefizj ricevuti, mentre gli uomini serbano un contegno fra l'indifferente e il sospettoso.» Questi uomini con cui il signor Paolo d'Ivoy ebbe a fare, probabilmente erano mariti.
«Inoltriamoci pel corso di porta Renza. Oh! veh l'amico Eugenio...»
— A prima giunta io non t'aveva riconosciuto!... Ma bene! ma bravo!... l'uniforme ti sta a meraviglia! A dir vero sei un po' dimagrato... ma pure la tua fisonomia è ringiovanita; la tua persona è più agile... più disinvolta. —
Eugenio mi abbraccia con trasporto, ma il suo contegno mi sembra alquanto imbarazzato; nelle sue parole non trovo l'entusiasmo del soldato, che, dopo aver combattuto pel suo paese, ritorna fra i suoi cari a dividere le gioie della libertà.
— Fui ferito a Solferino, — mi dice egli con un misto di orgoglio e di tristezza; solo da quattro giorni ho lasciato lo spedale...
— Ma, a quanto veggo, ora ti sei pienamente ristabilito... Tanto meglio! Sai tu che molti invidierebbero la tua sorte! Una ferita a Solferino, ecco un diploma onorevole che tu potrai mostrare con orgoglio per tutta la vita! —
Eugenio china il volto mestamente, e mormora a voce bassa: — Era meglio morire!
— Che razza di idee son queste? Morire!... So anch'io che sul campo di battaglia la morte è gloriosa; ma una ferita, credilo a me, è del pari onorevole.
Io tento colla celia di diradare la tristezza dell'amico; ma questi, insensibile ad ogni parola di conforto, mi risponde a monosillabi.
Mi conviene cangiar tono. — Eugenio, — gli dico, dandogli di braccio e traendolo meco verso la via del Durino; — tu hai nell'anima qualche grave cordoglio; perchè non ti confidi al tuo vecchio amico? Chi sa! forse io ti potrei giovare o d'opera o di consiglio! —