Clementina, dopo la scena che abbiamo riferita, discese nella bottega, e quivi, con molte cautele, si fece a scrivere la lettera seguente:
«Adorato Rodolfo!
«L'affare del giornale è combinato. Onofrio metterà a nostra disposizione i capitali necessari. Tu volevi partire da Milano, ingrato! Volevi lasciarmi... dopo tante promesse... dopo tante dichiarazioni di amore!... E tutto ciò, perchè qui non trovavi modo di far brillare il tuo ingegno... Egoista! Tu posponevi l'amore all'interesse... all'ambizione... Basta!... Ho pensato io. Nella quarta pagina del Pungolo vedrai domani sera un avviso col quale si fa ricerca di un giovane istruito, per un impiego. Questo impiego è la redazione del giornale di mio marito. Il numero dei concorrenti sarà grande; ti prego dunque di prevenirli — sii sollecito. Dopo domani, presentati allo studio verso le otto del mattino; credo non ti sarà difficile metterti d'accordo con Onofrio — d'altronde, ci sarò anch'io! Prudenza nelle parole, negli sguardi! Tu sei giovane, Rodolfo — e mio marito patisce l'ombrìa. Procura di solleticarlo nell'amor proprio.... Ci vuole un po' di pazienza anche da parte tua — io ne ho avuta tanta! Non badare se egli vien fuori con delle sciocchezze... Sulle prime non bisogna contrariarlo — poi, gradatamente, col tempo, riusciremo a tutto. Pensa al tuo avvenire, al mio... alla felicità che ci aspetta. Vederci ogni giorno! trovarci assieme!... Rodolfo!... Noi stabiliremo l'ufficio del giornale in un grande magazzeno attiguo al negozio della ceralacca... Mio Dio!.. È questo un sogno? È questa una realtà?... Tutto dipende da te... Rodolfo... Io dubito ancora che quanto mi andavi dicendo sulle difficoltà di istituire un giornale in Milano non fosse che un pretesto per andartene... Se un tal dubbio si cangiasse in certezza, io morirei di dolore — Rodolfo! io ti amo sempre... Dopo domani... a otto ore del mattino... siamo intesi! Io ti aspetto colla morte nel cuore...
La tua C...»
La lettera fu suggellata con ceralacca color di rosa, e quindi spedita immediatamente al domicilio di Rodolfo Barcheggia, per mezzo di Silvestro, garzone di bottega e segretario intimo della signora.
IV.
Rodolfo Barcheggia è un letterato come ce ne hanno mille in Italia, ma si distingue dalla maggioranza per una certa floridezza di volto, per una certa energia muscolare, che è privilegio rarissimo negli individui della sua specie. — I letterati, in Italia, e segnatamente a Milano, sono magri e brutti.
Ha venticinque anni — capigliatura folta e assai bene acconciata — naso pronunziatissimo e un bel paio di mustacchi. Venne a Milano in sul finire del 1863 — come tanti altri — per vendere letteratura e far debiti. — Fu ammesso alla collaborazione di parecchi giornali politici. Sventuratamente, erano giornali mal predestinati; quello che ebbe più lunga vita durò una settimana. Dopo tali esperienze, era ben naturale che il nostro Rodolfo prendesse in avversione una città sì poco favorevole ai suoi prodotti letterari. Nelle intermittenze frequentissime della sua carriera giornalistica, il Barcheggia si atteggiava a martire, fremeva, inveiva nei caffè e nelle trattorie contro la stampa corrotta; ma ogni sera, prima di coricarsi, batteva il pugno sulla tavola esclamando: Perdio! che non si trovi alcuno, il quale sia disposto a corrompermi! — E c'era della ingiustizia ne' suoi sdegni, ne' suoi rancori contro Milano! Egli aveva trovato nella città nostra degli ospiti cortesi — un oste republicano, che gli forniva il pranzo ogni giorno, a conto della futura repubblica — e un sarto dabbene, che supponendo di aver a fare con un futuro ministro, lo vestiva in anticipazione.
Ma la repubblica e il portafogli si facevano aspettare. Il nostro amico Barcheggia cominciava a sentire gli imbarazzi della aspettativa — ed era deciso a cercare un campo più vergine dove seminare il suo genio disconosciuto. Di questa deliberazione — come è facile indovinare — non avea fatto parola ad alcuno, eccetto a lei sola, alla donna che tuttavia lo teneva invischiato a Milano colla... ceralacca.
La lettera di Clementina fa consegnata a Rodolfo mentre questi usciva dal caffè Lavezzari, dopo una furiosa declamazione contro i giornalisti venduti. In quella sua arringa estemporanea, declamata nell'applauso di tutta la sala, il Barcheggia aveva protestato di esser pronto a morire di fame piuttosto che sacrificare la propria indipendenza di libero scrittore.