VII.

Attenzione: signori e signore!

La rassegna è interessante — Essa vi dirà come si fabbricano certe riputazioni letterarie, come si scrivano certi articoli, di qual pasta si formi il ripieno di certi giornali altrettanto stupidi che bricconi, i quali riescono qualche volta a farsi ammirare dalle masse idiote, od a farsi temere da quegli istessi che più il disprezzano.

Avanti, signor... Ragno-topo!... Sappiamo! Non è il vostro nome di casato, e meno ancora il vostro nome di battesimo.... Vi chiamate?... Voi potete chiamarvi ciò che volete, ma gli altri vi chiamano Ragno-topo. — Letterato — Troppo giusto! Sapete leggere e scrivere — scrivere come il mio fattore, che finisce tutte le sue lettere con tanti rispeti a tuti della cassa.... Ma no! la vostra ortografia è più esatta: in compenso siete più debole nella grammatica — Come lo sapete? — Ho veduto degli originali di vostra testa. — Gli opuscoli stampati, che vanno in giro col vostro nome, non hanno a che fare colle emanazioni occulte della vostra sapienza. Cosa domandate? — l'onore di scrivere nella Unione Patriottica. — Qual genere? — Tutti i generi son buoni: politica, letteratura, belle arti, mode... — Ecco!... Avrei già pronto il primo capitolo di una novella per l'appendice del vostro prima numero... L'ho scritto l'altra notte... dopo aver assistito ad una festa da ballo di famiglia... — Voi lo sentite!... Ebbene quel primo capitolo di novella, da oltre otto anni gira come un mendicante da uno in altro uffizio da giornale, domandando alloggio per una sera negli umili appartamenti del pian terreno. Un mendicante dal muso duro... che cacciato ripicchia alla vostra porta con insistenza perchè lo cacciate di nuovo — un mendicante, che si presenta coi guanti e colla cravattina di raso terso e pulito come un topo, livido come un ragno — i due animaletti che gli prestarono il nome. Chi non ha veduto, chi non ha fiutato quell'esordio di novella? — È però certo che, da otto anni a questa parte, nessun proprietario o redattore di giornale ha osato produrre al pubblico l'insigne capolavoro dal nostro Ragno-topo... E sapete come abbia risposto il Ragno-topo a codesta manifestazione, in verità non troppo lusinghiera, del despotismo giornalistico? — Come risponderà domani ai due redattori della Unione Patriottica i quali probabilmente respingeranno il manoscritto. Il topo correrà dall'uno all'altro estremo di Milano, ficcandosi in tutti i caffè, in tutti i luoghi di convegno, in tatti i gabinetti dov'egli abbia libero accesso — il ragno schizzerà da tutti i pori la sua bava schifosa e venefica, per uccidere, se gli è possibile, il redattore temerario che non volle saperne di lui. I ragno-topi sono terribili — guardatevi dai ragno-topi della letteratura! Essi hanno il genio della loro nullità — non potendo elevarsi, tutta la loro esistenza è impiegata a rimpicciolire chi li sovrasta di due palmi. Se in qualche giornaluzzo inavvertito vi occorre di leggere un'interlinea vigliaccamente mordace contro uno scrittore, contro un giornalista di qualche fama, dite pure: il topo ci ha messo il suo zampino, il ragno ci ha messo la sua bava — E dopo tutto... che giova? Il regno dei topi è nel tombino, e i ragni, esaurita la bava, diseccano sul loro fragile tessuto.

Vediamo quest'altro, il signor... Grattignoni.... Si annunzia poeta, ma in realtà non è che un letterato il quale non sa scrivere in prosa — Metterebbe in versi l'Orario delle strade ferrate, se un tale assunto non richiedesse troppa originalità di concetti.

L'idea della originalità è uno sgomento per lui — tanto ciò è vero, che egli preferisce di togliere a prestito le sue liriche dai vecchi giornali che hanno fatto il loro tempo anche nelle botteghe dei pizzicagnoli. Egli ha un talento particolare per ridurre a nuovo la roba antica, per improntarla di attualità.

Cappello nuovo e scarpe nuove — questo è il suo segreto per riprodurre nel mondo letterario le cantiche obliate. Due strofe di sua creazione, una alla testa e l'altra ai piedi — eccovi la creatura risorta. Taluni hanno osservato che i suoi cappelli molto spesso mancano di piedi — non importa: basta illudere la maggioranza. — Il Grattignoni è di buona fede — quand'egli è riuscito a copiare un sonetto in buona calligrafia, si persuade molto facilmente di averlo composto. Da qualche tempo il Grattignoni nella retroscena del giornalismo fa della pratica per iscrivere in prosa. Il suo genio rattoppatore, o trasformatore che si voglia, venne usufruttato da due o tre redattori in capo, che di loro capo nulla o ben poco producono. Grattignoni riduce i bons mots parigini in frizzi milanesi, in facezie contemporanee, in spiritelli, in cicalate. Dategli una Cronaca parigina, ed egli pescherà dal naviglio tutti gli annegati della Senna. I suoi versi, come i suoi aneddoti, pubblicati in un giornale di qualche credito, possono sembrare originali agli abbonati di Introbbio o della Valle di Gandino.

Quest'altro ha delle pretese di critico musicale. Offre gratis la sua collaborazione, per ciò solo che, essendo un enfatico dilettante di teatri, ottiene con questo mezzo il favore delle libere entrate.

Non è mai riuscito a pubblicare la sua prima rassegna teatrale — tutti i giornali, che avevano accettato la collaborazione dell'insigne critico, morirono dopo il terzo numero. Contuttociò egli gode l'accesso gratuito alla Scala, al Carcano, al teatro Re, al Fossati, perfino al circolo dei cavalli e al serraglio delle belve feroci, quando a Milano agiscono i cavalli e le belve. Sui registri dei diversi camerini teatrali egli è iscritto quale appendicista del Momento, della Gente latina, dell'Era nuova, del Me ne impippo, dell'Elettore, del Telegrafo, della Gazzetta popolare e d'altri periodici.

Il nostro insigne appendicista tiene sempre nel portafoglio l'esordio della sua prima appendice, che egli legge agli amici, ai conoscenti, e più spesso agli impresarii ed ai capo-comici, ogni qualvolta egli veda minacciati i suoi diritti all'ingresso libero. Quell'esordio è scritto in stile umoristico, e comincia con questo tratto spiritoso ch'è di ultimo gusto: «Io scrivo, tu scrivi, quegli scrive... noi scriviamo, voi scrivete, coloro scrivono!» È voce che il guardaportone della Scala abbia trovato del sublime in questa facezia!