Aduniamo le nostre reminiscenze — senza ordine — senza legge — come vengono. — Cosa era Milano dal 1836 al 1848? — piuttosto: qual era Milano? — A tale interpellanza, mi si affaccia il caos... Dodici anni mi si affollano intorno, urtandosi, sospingendosi, assordandomi l'orecchio di grida diverse. L'immortale questurino di Siviglia non si trovò a peggior condizione della mia, allorquando salì in casa di don Bartolo per rimettervi l'ordine. A suo tempo verificheremo le date, riordineremo i fatti, se ci sarà bisogno.

Se non m'inganno, fu nell'anno 1838 che S. M. Apostolica l'imperatore Ferdinando d'Austria venne a Milano per farsi incoronare Re d'Italia. A quell'epoca, per ricordare l'augusto, si diceva generalmente: il nostro imperatore, taluni, più ingenui: il nostro buon imperatore — Molti nobili lombardi si recavano ad onore di vestire la divisa di uffiziali tedeschi.... C'erano, all'entrata di S. M., delle guardie italiane sfolgoranti d'oro e di perle... una meraviglia di splendore, di pompa, di beatitudine generale. Non ricordo se il cholera ci abbia fatto la sua prima visita, innanzi, o dopo l'incoronazione di Ferdinando. Il perfido morbo si diè a conoscere verso quell'epoca, ed anche allora si rinnovarono scene atroci e balorde, non molto dissimili da quelle che il Manzoni descrisse nel suo sublime romanzo. Il popolaccio è sempre uguale in ogni tempo — è sempre la gran bestia.

Di politica nessuno fiatava. — Le contrade erano illuminate da lampade ad olio, e i riverberi delle fiamme acciecavano affatto il passeggiero. — I Milanesi menavano gran vanto della loro pulitezza; e i marciapiedi, frattanto, erano attraversati da rigagnoli che non sentivano di muschio. La cattedrale, ammirata dagli stranieri, serviva da pisciatoio ai più civilizzati, i quali, per maggior vilipendio dell'edificio, erano in buon numero. — La città si svegliava verso le undici del mattino; i veri lions non apparivano in pubblico che alla una dopo mezzodì. — Si incontravano al Corso dei giovanotti di sedici ed anco di diciotto anni, vestiti colla giacchettina corta, profilata alle natiche, accompagnati dal tutore o dal pedagogo, il quale ordinariamente era prete. Il cappello a cilindro torreggiava sulla testa degli eleganti a porta Renza ed ai pubblici giardini; ma c'era pericolo ad affrontare, con quel simbolo in testa, i terraggi di porta Ticinese e i rioni di porta Comasina. — Quando al Corso passavano in cocchio l'arcivescovo o il vicerè, non c'era alcuno che non levasse il cappello. L'arcivescovo era tedesco e si chiamava Carlo Gaetano conte di Gaisruk; il vicerè si firmava Rainieri. Nel 1840, i figli di quest'ultimo, due figuri lunghi e rasi sotto la nuca, venivano salutati al corso con qualche affettazione di rispetto e berteggiati dietro le spalle a voce bassa. — Gli uffiziali austriaci portavano l'abito borghese. — Il governatore, il conte Pachta, il Torresani, il Bolza, godevano di una autorità illimitata. — C'era un casino di Nobili e un casino di Negozianti, rivaleggianti di supremazia.

L'aristocrazia e il commercio si guardavano biecamente. I giovanotti di buon genere si ubbriacavano di Porto e di Madera, e da ultimo si suicidavano coll'absinzio. Questa atroce bevanda si introdusse a Milano verso il 1840. — La moda dei mustacchi e della barba completa incontrava degli oppositori pertinaci e accaniti. Molti padri di famiglia tenevano il broncio ai figliuoli od ai nipoti per una leggiera insubordinazione di peli. Due fratelli Clerici rappresentavano le più belle e più complete barbe di Milano. I vecchi, gl'impiegati, e in generale, tutti i così detti uomini seri, si radevano scrupolosamente dal naso al gozzo. Gli studenti che portassero barba o mustacchi rischiavano compromettere il loro avvenire; ordinariamente venivano rinviati dall'esame, od anche eliminati dalla scuola.

Tre quarti della popolazione non conosceva altro mondo, fuori di quello rinchiuso entro il circuito dei bastioni. La attivazione della ferrovia fra Monza e Milano fu un avvenimento colossale, che parve prodigio. Si udivano dei vecchi esclamare: Ora che ho veduto questa meraviglia, sono contento di morire! e parecchi morirono infatti. L'apertura del caffè Gnocchi in Galleria De Cristoforis inspirava due lunghi articoli alla Gazzetta di Milano; quasi altrettanto rumore levò l'apertura del caffè dei Servi, e più tardi l'inaugurazione della bottiglieria di San Carlo.

I Café-restaurants non esistevano prima del 1840 — nel 1847 si contavano sulle dita. La colazione di lusso consisteva in un caffè e panera con due chiffer o pannini alla francese. — Questa lauta colazione costava otto soldi di Milano. Non era permesso fumare in alcun luogo pubblico, e, innanzi al 1844, erano guardati di mal occhio e tacciati di malcreanza i pochi scioperati che osavano inoltrarsi, collo zigaro in bocca, sui bastioni di porta Renza, o dentro i pubblici giardini durante il trattenimento della banda. Le signore, all'appressarsi di uno zigaro, fingevano il deliquio: alla vista di una pipa inorridivano del pari il gracile e il forte sesso.

In materia culinaria, l'istinto pubblico tendeva al grasso e al pesante.

Gli Ambrosiani non avevano ancora degenerato al punto da proscrivere il cervelaa dal risotto. Il buon vino, il vino corroborante e stomatico doveva innanzi tutto essere un liquido opaco. Si mangiava eccessivamente ad ogni ricorrenza di solennità ecclesiastica: nel resto dell'anno una parte del popolo digiunava per compenso. Questo popolo non aveva giornali, nè libri — la sua letteratura erano le bosinate — la sua politica si riassumeva nel motto: Viva nun e porchi i sciori! — Porta Comasina e porta Ticinese si detestavano: esistevano, dentro i bastioni, antagonismi feroci, come fuori, tra villaggio e villaggio. A porta Ticinese, verso l'imbrunire, una persona civilmente vestita rischiava la fine di santo Stefano.

La Gazzetta di Milano, il solo foglio che trattasse estesamente la politica, usciva in formato modestissimo, e il suo primo articolo verteva ordinariamente sulle questioni della China. Al compleanno ed al giorno onomastico di S. M. l'imperatore d'Austria, il foglio usciva stampato a caratteri d'oro e tutto ornato di rabeschi. In quelle ricorrenze, la boemia dei poetastri gracidava dalla Gazzetta i suoi inni pindarici. I poeti e i letterati, meno qualche eccezione, passavano per spie.

La calunnia non rispettava le grandi intelligenze, e imperversava sulla turba degli scribacchiatori. Qualunque letterato non avesse una posizione determinata, qualunque non fosse in grado di esporre al pubblico il bilancio attivo e passivo delle proprie finanze, cadeva in sospetto di agente dell'Austria. A Milano, come si vede, gli uomini di lettere furono in ogni tempo assai corteggiati dall'opinione pubblica.