«La scienza, per noi che dobbiamo vivere in campagna, è un ornamento superfluo. L'anno scorso, quando il professore mi regalò una seconda in litteris, mio padre gliela ha cantata chiara, e gli ha detto senza preamboli quel che gli andava detto: cioè, che per essere buon prete, non è mestieri saper distinguere gli esametri dai pentametri, le vocali lunghe delle brevi. Oh che? dovrà egli, mio figlio, scandere i versi ai paesani? o battezzare i bambini con degli endecasillabi? Non basta, per intendersela con Domeneddio, saper leggere il latino del breviario? Dai pulpiti si fanno dei commenti alla Divina Commedia, o non piuttosto si spiega ai fedeli il Catechismo? Il professore tentò resistere alla eloquenza di mio padre; ma il padre confessore si interpose, e disse che io m'era un bravo figliuolo, e che avendo ottenuto la eminenza in moribus, non era giusto ch'io fossi condannato a ripeter l'anno per qualche fallo di latino. Fatto è che, entrando quest'anno in seminario, fui avanzato alla classe di rettorica maggiore, e spero tirar via dritto anche in questi sette anni di purgatorio... e poi... poi il paradiso promesso da mio padre.»
— Vorrei un po' sapere di codesto paradiso, — gli chiesi una volta; io credeva che la vita del prete dovesse essere un continuo sacrifizio, una lotta terribile contro le tentazioni del mondo, del demonio e della carne.
— La lotta finisce quando tu sia riuscito a farti prete, — rispose l'ingenuo seminarista; — mio padre dal dì che mi condusse al seminario, non cessò mai dal ripetermi: «Procura di essere paziente in questi anni di prova; non lasciarti atterrire dagli ostacoli, fa di cavartela alla meglio co' tuoi superiori e co' tuoi colleghi: quando una volta tu sia riuscito a dir la messa, eccoti sicuro del fatto tuo! Con sei lire al giorno in campagna si vive comodamente; nei due mesi di settembre e ottobre, qualche volta anche nel maggio, i conti D... vengono fuori nel paesello, e allora pranzerai tutti i giorni alla lor tavola...» Ed anche adesso, al tempo delle vacanze, la bazza è incominciata, e ti so dire che in que' due mesi io pregusto tutte le delizie che mi attendono nell'avvenire. Mio padre mi ha presentato al conte ed alla contessa, i quali mi accolsero con molta affabilità... La contessa, appena io le comparvi dinanzi, mi squadrò dal capo ai piedi coll'occhialino, poi volgendosi a mio padre: «Il nostro giovanotto, — esclamò ridendo, — promette assai... — Ai servigi di vostra eccellenza! — soggiunse mio padre.»
— È ella giovane, la signora contessa? — domandai io senza malizia.
— Avrà trent'anni circa.
— E tu ti sei trattenuto più volte con lei nelle scorse vacanze?
— Dacchè mio padre me la fece conoscere, ho cercato di vederla ogni giorno.
— Scommetto che hai giuocato con lei a tarocco.
— A tarocco non mai, perchè il quartetto era sempre completo; ma un giorno che io mi trovava solo con lei, le prese il capriccio di insegnarmi il giuoco degli scacchi... Oh, quella sera poco mancò ch'io commettessi un grande sproposito e, come diceva mio padre, compromettessi il mio avvenire!.... Per giuocare agli scacchi, io e la signora contessa stavano seduti ad un tavolino magro, leggiero, che pareva lì lì per volarsene via. La contessa colle dita sullo scacchiere mi iniziava ai segreti del giuoco, mi apprendeva le teorie del combattimento. Ella fece avanzare un pedone... Io non so che diavolo di paura mi avessi addosso;... fatto è che io sudava per tutte le membra, e le mie mani erano divenute paralitiche. «A voi, bell'abatino, disse la contessa». Io, con moto convulso levai la mano, e nello spingere il cavallo ad un salto non permesso dalle regole, colle maniche del ruvido soprabito lanciai il tavolo e la scacchiera nel mezzo della sala. «Misericordia! — gridò la contessa — Io doveva prevederlo, che con quelle vostre manaccie mi avreste rovinato ogni cosa!... Tutti ad uno stampo questi preti!.... Vengono fuori dal seminario che paiono tanti bifolchi!....» Io mi sentii ferito nell'amor proprio; il sangue mi salì al cervello, fui sul punto di proferire un'insolenza; ma vedendo mio padre entrare nella sala, fuggii come un colpevole.
— Oh! davvero l'ingiuria della signora contessa fu grave, e credo che da quel giorno non sarai più tornato da lei.