— Tale era appunto la mia risoluzione; ma mio padre mi fece persuaso ch'io era ben sciocco a prender sul serio le facezie di una signora. «I preti devono sempre andar d'accordo co' signori, e sopratutto colle signore, — mi ripeteva mio padre — e quando questi invitano a pranzo, bisogna lasciarli dire... non irritarli... far di tutto perchè la tua compagnia riesca loro gradita; e se qualche volta si compiacciono di ridere alle tue spalle, lasciarli ridere, e fingere di non vedere... di non udire... Di tal modo sarai sempre ben accetto dai ricchi, ed otterrai da loro tutto che desideri».

— E rientrasti in casa della contessa?

— Oh! sì... certo..! mio padre lo volle.

— E giuocasti ancora agli scacchi?

— Non più, perchè non mi avvenne mai di trovarmi da solo a sola colla contessa; ma quand'io mi recai da lei per la visita di congedo: «Signor cappellano in erba, — mi disse ridendo, — vi raccomandiamo di studiar bene il vostro latinorum; poi, se avremo buone informazioni sul vostro conto, se infine saremo contenti di voi, penseremo nelle prossime vacanze a compir la vostra educazione civile, come abbiam già fatto col vostro antecessore il fu D. Casimiro e con questi altri collaroni sudici che circondano tutti i lunedì e giovedì la nostra mensa».

La logica dell'egoismo paterno avea singolarmente viziato il carattere di quel mio collega di seminario. In sì giovane età egli toccava dappresso l'ateismo senza tampoco avvedersene. E perchè io lo vedeva zelantissimo nelle pratiche di pietà, protetto dal rettore, fedele ai sacramenti, un giorno lo richiesi se della sua vocazione avesse parlato mai al confessore e chiestigli consigli.

Colla usata ingenuità mi rispose:

— Ti paion storie codeste da narrarsi al confessore? S'io non mi tenessi sicuro della vocazione, ti giuro che io non rimarrei nel seminario ad usurpare l'altrui posto.

Di tal guisa ragionava il buon figliuolo, e nella sua testa, grossa anzichè no ed altrettanto dura ed inaccessibile ad ogni scienza, tutti i voti del presente, tutte le aspirazioni dell'avvenire si riepilogavano nell'idea: bisogna cercar di cavarsela alla meglio nel seminario, per aver nelle mani un buon mestiere. Nella scuola egli sedeva costantemente all'ultimo posto, ma con rassegnazione dignitosa, la testa raccolta nelle mani e gli occhi fissi al libro, con quella tensione violenta che è propria dei grandi pensatori e dei grandi cretini. I maestri protestavano ogni anno non potersi nè doversi permettere a un tal gaglioffo di proseguire nella via ecclesiastica; ma il confessore a proteggerlo, il padre a perorare in favore delle sue viscere, il conte e la contessa a intercedere. E all'età di ventiquattro anni circa, dopo varie peripezie scientifiche, il levita accostossi all'altare, e provò a' suoi persecutori maestri, a' suoi condiscepoli derisori, non meno che ai benevoli suoi mecenati, saper egli cantare la messa ed intonar l'alleluja al pari e forse meglio de' più sapienti teologi. La contessa, in vederlo funzionare la prima volta nell'oratorio, disse all'orecchio del marito: — ecco un cappellano che ci farà onore; io te l'ho sempre detto ch'egli aveva dell'ingegno, e che sarebbe riuscito come gli altri!...

III.