Il morente non poteva indovinare il terribile segreto di quella domanda, non poteva sospettare che quelle ultime goccie d'acqua stillanti sull'arsura delle sue labbra, gli erano versate da un uomo che, riconoscendolo, lo avrebbe avvelenato collo sguardo.
— Fratello italiano: — prese a dire il tedesco con voce interrotta dai singulti — vi rendo grazie delle vostre cure... Non c'è tempo da perdere... io vi prego... chiunque voi siate... di inviare alla mia famiglia che vive a Pesth... la carta rinchiusa nel mio portafoglio... Fate sapere ai miei figli che ho combattuto fino all'ultimo... per la patria e per l'imperatore...
— Ma il tuo nome! il tuo nome, o dannato d'un tedesco! — urlò Gregorio come una iena...
L'altro si scosse... I suoi occhi nuotanti nella morte si spalancarono per terrore...
— Buono italiano! in guerra bisogna che tutti facciano il proprio dovere... io sono il capitano Francesco Neïper!... e non ho fatto male a nessuno...
— Non hai fatto male a nessuno?... Ma guarda un poco se hai fatto male a nessuno! gridò il vecchio strappando il pannolino dalla testa del giovine morto. — Io sono Gregorio... l'oste di Val d'Intelvi... il padre della poveretta che è morta di vergogna... di crepacuore... e questo che tu vedi... è il figliolo che tu hai abbandonato... e che i tuoi hanno ucciso!
Gregorio si avventò sul capitano con un gesto orribile, ma uno dei feriti garibaldini, riscosso alle grida del vecchio, era balzato dal letto per impedire una scena atroce.
In quel punto, il cappellano accorrendo dalle stanze superiori, si precipitava fra il vecchio ed il moribondo, mentre il sergente delle Guide entrava dalla porta di strada in compagnia di un chirurgo.
Per un istante un silenzio lugubre regnò nella stanza.
Don Remondo colla sua mano nerboruta serrava i polsi del vecchio — il sergente delle Guide sosteneva nelle sue braccia il garibaldino per ricondurlo al suo letto — il chirurgo, prostrato al giaciglio del capitano tedesco, ne esaminava le ferite, lavandole con una spugna.