CAPITOLO PRIMO Teodoro Dolci e l'arcivescovo Romilli.

Correva l'autunno dell'anno 1847, e sulle provincie Lombardo-venete pesava più grave che mai il giogo della dominazione straniera.

Il molto reverendo don Dionigi Quaglia cappellano di Capizzone, una sera chiamò a sè il nipote Teodoro e, fiutata una enorme presa di tabacco, gli tenne il seguente discorso:

— Questa mattina per mezzo dell'imperiale regio commissario di Almenno ho ricevuto il dispaccio ufficiale che ti nomina a maestro elementare del paese. Prima di entrare in carica, sarà bene che tu dia l'ultima mano alla tua educazione morale e scientifica, onde corrispondere alle speranze che ho in te riposte ed alla fiducia che l'imperiale regio governo si è degnato accordarti. Da gran tempo io aveva stabilito di farti viaggiare; perocchè i viaggi sviluppano le facoltà mentali, e confermano le teorie col battesimo della pratica. Ora, la buona occasione è venuta. Domani entra in Milano monsignore Bartolomeo Romilli, il quale va a prender possesso in quella città della cattedra arcivescovile. Monsignor Romilli fu mio collega di seminario, una gemma d'uomo... un talento, un vero mostro di sapere...! Aggiungi ch'egli è anche bergamasco, quindi orgoglio e vanto della nostra nazione. Io desidero che tu assista alla solennità.... Se io non fossi tanto inoltrato negli anni, volontieri verrei ad accompagnarti.... Ma questi benedetti reumi nelle gambe non mi dànno più requie.... Basta! Sia fatta la volontà di Dio! Prendi questo taccuino, Teodoro. In esso noterai tutte le chiacchiere che udrai fare a Milano sul conto del nuovo arcivescovo; poi, tornando a Capizzone, mi descriverai punto per punto le cerimonie dell'ingresso. È inutile che io ti raccomandi di esser savio e prudente durante il viaggio; tu fosti sempre un buon figliuolo. Guardati dai pericoli; tira via per la tua dritta; cedi sempre il passo alle persone di riguardo; rispetta le autorità e i funzionari pubblici. Partirai colla vettura del Brunetto, il quale ti condurrà all'albergo dell'Agnello, e poi alla sera ti accompagnerà a vedere l'illuminazione. Il padrone dell'Agnello mi conosce. Annunziati nipote di don Dionigi Quaglia, e sarai accolto come un principe. Mercoledì il Brunetto verrà a riprenderti colla vettura, e tornerai nelle braccia di tuo zio. —

Alla fine della parlata, il dabben prete si levò di tasca un marengo con poche monete spicciole, e lo porse a Teodoro. Questi baciò la mano allo zio, e andò tosto a coricarsi.

Caterina, la serva di don Dionigi, verso le quattro del mattino seguente entrò nella camera di Teodoro per isvegliarlo. Il giovinetto si pose indosso gli abiti di festa, e scese sulla piazza ove la vettura del Brunetto lo attendeva.

Nell'attraversare il sagrato, gli occhi di Teodoro levaronsi furtivamente verso una finestra. «Mi duole di partire senza vedere Dorotea,» pensò egli sospirando. Ma i cavalli scalpitavano, e la frusta del vetturino dava il segnale della partenza. Il giovane salì in serpa, fece tre volte il segno di croce, e la carrozza prese la via per Milano.

Prima di procedere nel racconto, schizziamo brevemente il ritratto del nostro eroe.

Teodoro Dolci da pochi giorni avea compiuti i vent'anni. Egli non era uscito mai da Capizzone, modesto paesello della provincia bergamasca. Orfano dalla infanzia, era stato allevato dallo zio materno, il molto reverendo cappellano don Dionigi Quaglia, uomo di ottimo cuore, che aveva trasfusa nel nipote tutta la sua scienza, insegnandogli a leggere, a scrivere di buona calligrafia, a servir messa, a far conti e a coniugare i verbi regolari.

Se Teodoro quanto a coltura dello spirito potea chiamarsi il più distinto giovine di Capizzone, don Dionigi nell'educarlo avea scordato ch'egli apparteneva al sesso mascolino. Il molto reverendo avea stillato nel cuore del nipote una morale debilitante, quella morale di sommissione e di abnegazione, che a questo mondo non giova gran fatto, ma nell'altro ci fa degni del paradiso.