All'età di quindici anni, Teodoro usciva di casa condotto a mano dallo zio o dalla vecchia servente, i quali ad ogni tratto lo ammonivano: Bada a quel sasso! — guardati da quel mulo! — non toccare quell'arbusto! — quelle bacche son velenose!

La timidità di Teodoro era divenuta proverbiale a Capizzone, e avea singolarmente reagito anche sulla di lui costituzione fisica. Il nipote di don Dionigi avea le guancie olivastre, l'occhio fisso e intorpidito, le labbra languide e semiaperte, la testa mollemente ricurva sul petto, le spalle rattratte, e due braccia interminabili che quasi toccavano il tallone.

All'età di vent'anni, Teodoro sembrava incapace di concepire un'idea, di fare un atto qualunque che non fosse dipendente dall'altrui volontà. Nondimeno l'educazione non può soffocare gli istinti, e il giovine montanaro da qualche tempo nutriva nell'anima un segreto, un tormento... una passione. Senza consultare lo zio, Teodoro avea osato amare una persona di sesso diverso, Dorotea Melazza, la figlia del sagrestano. Più volte i due amanti si erano incontrati la sera in sul sagrato all'ora dell'Angelus, per iscambiarsi un colpo di gomito. Quel gesto, più che ad una dichiarazione, equivaleva ad un contratto nuziale. La mattina in cui Teodoro dovette partire per Milano, soffrì uno spasimo al cuore, che gli fece comprendere per la prima volta tutta la forza e la misura dei prôpri sentimenti.

Dopo ciò, mettiamoci noi pure in cammino, e seguiamo il nostro eroe nel suo primo viaggio.

Il nipote di don Dionigi dondolava nel vano della serpa senza dir motto.

«Quale strano capriccio è venuto in capo a mio zio! — pensava egli; — io stavo tanto bene a Capizzone! Davvero non so comprendere il matto gusto che provano taluni a viaggiare!... Oimè, le mie ossa!... Mi pare che la vettura penda a sinistra.... La cavalla grigia è mal ferma sulle gambe!... E dàlle con quella frusta! Il Brunetto vuol condurmi al precipizio!... Chiudiamo gli occhi... Povera Dorotea! Che dirà ella quando saprà ch'io sono partito? Non veggo l'ora di tornare a Capizzone!»

Il viaggio fu lungo e noioso. Verso le cinque pomeridiane, la vettura del Brunetto giunse alle porte di Milano, nell'ora appunto in cui il nuovo arcivescovo entrava trionfalmente pel corso Orientale.

— Misericordia! quante carrozze! che confusione! — esclamò Teodoro. — Per carità... Brunetto... torniamo indietro... od almeno restiamo qui, finchè non sia passata tutta quella gente! —

Il Brunetto per tutta risposta diede una frustata ai cavalli e penetrò nella fila delle carrozze, che facevano corteggio alla nuova Eminenza.

L'ingresso dell'arcivescovo Romilli in Milano dava il primo impulso alle dimostrazioni patriottiche di un popolo fremente che anelava alla indipendenza ed alla libertà. Le acclamazioni, i viva della moltitudine, anzichè al prelato bergamasco, eran volti a Pio IX, al pontefice iniziatore di civili riforme, a lui, che dal Vaticano avea benedetto il vessillo tricolore, e bandita la crociata contro i dominatori stranieri. Il nuovo arcivescovo, attraversando il corso di porta Orientale, si sforzava di sorridere alla folla plaudente: ma le grida, gli urli del popolo avean suono di minaccia, e il nome di Pio IX, troppo spesso ripetuto, feriva l'orecchio del timido prelato come tuono foriero di tempesta. Teodoro Dolci, l'ingenuo campagnuolo, era ben lungi dal comprendere lo scopo misterioso e solenne di quella festa, ignorava che quelle grida popolari erano il preludio di una rivoluzione. Egli si tolse il taccuino di tasca e vi segnò colla matita: Entusiasmo di popolo; grida Viva Romilli! viva Pio IX! viva l'Italia! Il poveretto, compiacendo di tal guisa ai desiderii dello zio don Dionigi, non poteva prevedere quali funeste conseguenze erano per derivargli da quelle riottose annotazioni.