— Eccellenza, — risponde, — poichè ella vuol degnarsi di accordarmi la sua protezione, io la prego di farmi ricondurre al mio paese nativo presso don Dionigi e Caterina che probabilmente mi attendono da un pezzo. Le giuro che io non ho commesso verun delitto. Quando la mia innocenza verrà riconosciuta, io spero ottenere l'impiego che l'augusto...

— Voi mi sembrate alquanto abbattuto nello spirito, — interrompe l'avvocato.

— Eccellenza... da due giorni non mi fu dato alcun cibo, e sento che le gambe mi tremano sotto... Ma non importa... Io son pronto a digiunare tutta la giornata purchè mi si riconduca a Capizzone.

— Presto! presto! — ordina il Negri ad uno dei suoi commiliti; — portate la colezione a questo bravo ragazzo! Gli eroi non vivono d'aria, e a stomaco digiuno talvolta vien meno anche il coraggio. —

Immantinente sotto il padiglione viene imbandita una mensa, e il Dolci dopo molti complimenti ed inchini, cedendo agli impulsi della fame, si getta sul pasto.

Il nipote di don Dionigi, sebbene non sia in grado di spiegare il mistero degli ultimi avvenimenti, nondimeno si accorge che la sua posizione è alquanto migliorata. I cibi saporiti e il vino generoso gli infondono un po' di energia; la presenza dell'Obrizzi, la vista dei giocondi colori che adornano il padiglione, l'allegria dipinta nel volto de' soldati cittadini, i suoni festosi delle bande musicali che passano nella via, tutto parla alla fantasia del timido montanaro un linguaggio pieno di conforto e di speranza.

Frattanto il Negri apre un enorme librone, e intingendo la penna nel calamajo, rivolge a Teodoro le seguenti domande:

— Voi dunque vi chiamate?...

— Teodoro Dolci, per obbedirla.

— Età?