— Militi cittadini! — dice a voce alta, — ho l'onore di presentarvi nel signor Teodoro Dolci, uno de' più valorosi e benemeriti patriotti che l'Italia possa vantare. In compenso degli innumerevoli servigi che il signor Teodoro ha già resi alla patria, io lo nomino sergente maggiore nel corpo dei volontari, che fra poco partiranno con me per la spedizione di Rocca d'Anfo. Presentate le armi al nuove graduato!
— Viva l'Italia! viva il capitano Negri! — prorompono le schiere, — viva il sergente maggiore! e presto al campo! Sterminio e morte ai Tedeschi! —
I tamburi rispondono alle grida dei soldati; la folla del popolo, che tuttavia sta adunata sotto gli Archi, manda un ruggito di acclamazioni, mentre il Negri, levatosi la ciarpa tricolore, la cinge a Teodoro, quale insegna del grado.
— No... no!... Eccellenza! — grida il nipote di don Dionigi, tremante di paura e di sospetto. — Io non ho fatto nulla, proprio nulla perchè io meriti esser trattato di tal guisa... Altro io non domando se non di morire oscuro ed ignorato nel mio paese...
— Che? rifiutereste il grado? preferireste servire nelle file dei semplici soldati?... Signor Teodoro Dolci, voi siete un eroe dell'antica Sparta!... Ma nè io nè la patria possiamo permettervi tanto sacrificio... Io però vi faccio solenne giuramento che sul campo di battaglia sarete tra i più esposti alle palle nemiche, e che a voi sarà concesso l'onore del primo attacco! —
Ciò detto, il capitano Negri strinse la mano di Teodoro, e scese dalla breccia seguìto da un picchetto di soldai, fra i viva reiterati della folla.
Sul finire di quella memorabile giornata, l'allievo di don Dionigi, con immensa carabina in sulle spalle, quattro pistole alla cintura ed una baionetta pendente sul fianco a guisa di sciabola, in compagnia dei fratelli Obrizzi, armati anch'essi di tutto punto, si recava al palazzo della Ville per prender possesso del nuovo alloggio, che il capitano Negri gli aveva destinato.
Teodoro Dolci venne introdotto in una magnifica stanza dipinta e fregiata con splendidezza regale. Un letto, con padiglione di seta e coltrici di damasco trapunte in oro, doveva accogliere quella notte il nipote di don Dionigi. La rivoluzione avea spinto il suo fantoccio nelle sale inaccessibili, ove i fantocci del dispotismo pochi mesi innanzi si credevano onnipotenti.
— In questo letto dormiva l'ex-augusto vicerè di Lombardia, — disse il custode del regale palazzo all'ospite novello.
Teodoro rimasto solo nella stanza, indugiò qualche minuto a coricarsi... Ma la stanchezza, la prostrazione dello spirito e del corpo poterono più che il rispetto dei ricchi arredi. Deposte con terrore le armi in un angolo della stanza, Teodoro gettossi vestito sul letto, spense d'un soffio le candela, e ravvolgendosi tra le coltri di seta, sia fatta, esclamò, la volontà di Dio! E il vicerè mi perdoni!