Tutto il villaggio di Capizzone ne fu desto; i cani, i gatti, le oche, tutti gli animali bipedi e quadrupedi, piumati od implumi, risposero in cento favelle. Caterina, lasciando il padrone ad arrabattarsi nelle tenebre coll'anima uscita dal purgatorio, corse alla casa del sagrestano e le campane suonarono a stormo. I militi della guardia nazionale, in mutande e berretto da notte, uscirono in sulla piazza armati di verghe, e, dietro ordine del capitano, circondarono la casa di don Dionigi... Dàlli! bastona! ammazza! È un ladro! È un tedesco! È un morto! È una spia! È un diavolo uscito dall'inferno! Per eccesso di zelo i villici rotano le verghe nel buio, e l'un l'altro si pestano il dorso maledicendo al capitano, che non ha pensato ad accendere una torcia. Per circa un quarto d'ora nel villaggio di Capizzone regna la più deplorabile anarchia.
Quando piacque alla provvidenza, il sindaco del villaggio intervenne nella mischia con un lampione inchiodato ad una pertica. Le schiere si ricompongono; l'ordine si ristabilisce. Il sindaco e il capitano entrano nella casa assediata, e inciampano nelle gambe di don Dionigi, che giace come corpo morto sul pavimento.
CAPITOLO IX. La dimostrazione repubblicana.
Teodoro Dolci era avvezzo alle sorprese della fortuna; nondimeno l'accoglienza ricevuta nel villaggio nativo era tale da lasciargli profonda impressione nello spirito non meno che sulle spalle. Nei pochi giorni passati al campo, Teodoro di qualche modo aveva compresi gli enigmi della rivoluzione; le idee dell'ingenuo montanaro si erano alquanto schiarite col succedersi dei nuovi avvenimenti. Ma la scena di Capizzone, il grido terribile dello zio, il suono delle campane a stormo, l'allarme della guardia nazionale, il tumulto, le bastonate ripiombarono il nipote di don Dionigi in un caos di dubbi e di terrori.
Come cervo inseguito, Teodoro camminò tutta notte per la campagna. Allo spuntare dell'alba, il poveretto sedette sopra un muricciuolo, e volgendo lo sguardo alle montagne native, proruppe in lagrime e singhiozzi.
Per comprendere tutto il dolore di quell'anima, è mestieri conoscerne tutti i segreti. Prima di recarsi alla casa dello zio, il povero Teodoro, giungendo a Capizzone, aveva ricevuto una terribile novella. La ferita, l'arresto, la lunga prigionia, i terrori della guerra non furono sì crudeli all'anima del giovine montanaro quanto l'ingratitudine e la perfidia di una donna! Una piaga insanabile, profonda, lasciano i primi disinganni nei giovani cuori! Mentre l'eroe di piazza Fontana gemeva nel carcere di Santa Margherita fra gli spasimi del freddo, della fame e dell'amore, lo credereste? Dorotea Melazza, la figliuola del sagrestano, obliando le gomitate affettuose e i teneri sbadigli del nipote di don Dionigi, aveva ceduto alle lusinghe di un nuovo adoratore! Dorotea Melazza da oltre due mesi era sposa a Giacomo Maneggia, personaggio autorevole, recentemente elevato alla carica di maestro comunale e beccamorto.
«Ma si può dare più nera perfidia! — esclamava Teodoro negli sfoghi dell'anima addolorata. — Sposare un Maneggia! sposare colui che usurpava il mio impiego!... E con qual'aria mi ha guardato la spergiura, quando le passai dappresso per salutarla!... Come se mai non ci fossimo veduti! Oh! mai più, mai più a Capizzone! No, Dorotea, no femmina atroce! tu non riderai alle spalle di un povero diavolo che ti amava di cuore. Ho già troppo sofferto nel rivederti. E dire che io l'ho trovata più grassa del doppio!... Si vede proprio che la notizia delle mie disgrazie l'ha commossa! Avvenga ciò che vuole, io non tornerò più mai al mio paese. Andrò a Milano... Laggiù troverò degli amici, dei protettori... Tutti dicono che ho resi dei grandi servigi alla patria; tutti dicono che io sono un grand'uomo e, invero, comincio a crederlo anch'io... Il mio capitano e l'Obrizzi mi hanno assicurato che il tempo delle ingiustizie e delle soperchierie è passato, che ora le leggi stanno in mano del popolo, che in fin dei conti noi che abbiamo sofferto per la causa nazionale, noi che ci siamo battuti, abbiamo il diritto di gridar forte più degli altri e farci render ragione. Ebbene! dirò io a quelli che governano: se è vero che io più d'ogni altro ho contribuito a cacciare i Tedeschi da Milano, se è vero che io sono un martire della indipendenza e della libertà italiana; in nome di questa indipendenza e di questa libertà, io vi chieggo di sciogliere il matrimonio illegittimo di Dorotea Melazza e di Giacomo Maneggia. Altro premio io non domando, altro compenso dei tanti sacrificii che io resi alla patria!... Oh vedremo se il governo sarà sordo alle mie parole!... Vedremo se i voti di un cittadino, che è già morto tre volte per la causa italiana, non verranno esauditi!»
Animato dalla passione, il giovane montanaro levossi in piedi, e riprese il cammino. L'ingratitudine di Dorotea gli fece obliare lo strano accoglimento ricevuto dallo zio e perfino le bastonate. Il dio della vendetta spingeva Teodoro attraverso le campagne.... Nell'impulso quadruplicato delle gambe e delle braccia interminabili, il nipote di don Dionigi sorvolava alle siepi ed ai promontori come ruota di mulino in balìa del vento.
I giornali di quell'epoca, che tanto onorarono l'eroe di Capizzone, non dicono s'egli compiesse il viaggio a piedi, o profittasse di qualche vettura a caso trovata. Fatto è che il giorno 29 maggio, verso le due del pomeriggio, Teodoro Dolci e Carlo Obrizzi comparvero in sulla piazza di San Fedele in Milano per prender parte ad una manifestazione popolare contro il governo provvisorio.
Troppo son note e troppo funeste all'Italia le sconsigliate discordie di quell'epoca, perchè io mi compiaccia di descriverne gli episodi.