Mille volte avventurati coloro che nelle crisi tempestose della vita hanno pronti gli svenimenti! Lo svenimento, benefico talvolta al pari del sonno, è una tregua, una calma riparatrice, da cui lo spirito attinge nuove forze. Il nipote di don Dionigi, che poco dianzi ha chiusi gli occhi al bagliore di un pugnale minaccioso, nel riaprirli è colpito da uno spettacolo curioso e giocondo: due spalle candide come l'alabastro, un seno ricolmo e tornito, che gli rammenta i tesori della perfida Dorotea, altre volte vagheggiati furtivamente. Nelle sembianze della donna che lo abbraccia e lo colma di baci incessanti, il nipote di don Dionigi trova una reminiscenza dolorosa... Il naso adunco, le folte sopracciglia e i baffi di Ortensia Rancati gli ricordano una visione tremenda, un sogno spaventoso: il boja, la mannaia, il pugnale... Ma lo spirito riposato a poco a poco riconosce il proprio inganno, e si ravvede. I baci, le carezze di una donna esercitano sulle fibre del giovanetto una influenza magnetica e salutare... Signori: non chiedete di più al romanziere; a quest'ora egli ha già oltrepassato i limiti della riservatezza.
Quando il presidente del Comitato di pubblica sicurezza ripose il piede nella stanza del prigioniero, Ortensia Rancati prese per mano il nipote di don Dionigi, e facendo un inchino all'onorevole magistrato: — Signore, — gli disse, — ho l'onore di presentarvi il mio fidanzato.. il mio sposo. In nome di quell'amore, di quel nodo indissolubile che già ci unisce innanzi a Dio, io vi chiedo la libertà di questo eroe, di questo martire della patria.
— Sono ben lieto di potervela accordare, — disse il magistrato inchinandosi alla sua volta. Il Governo provvisorio ha segnata l'amnistia per tutti i delitti di ribellione alla forza pubblica avvenuti il giorno 29. Signor Teodoro Dolci, voi potete, quando vi piaccia, uscire da questo luogo. — Il nipote di don Dionigi si avanzò verso il presidente per baciargli la mano. Fortunatamente la Rancati non si accorse di quell'atto, e prendendo con disinvoltura il braccio dell'eroe, lo trasse fuori della camera senza lasciargli tempo di proferire una sillaba.
Quella sera Teodoro scrisse una lettera a don Dionigi, pregandolo di recarsi a Milano per assistere alle nozze. Verso mezzanotte, mentre il giovane stava per coricarsi, una folla di popolo preceduta dalla banda musicale venne a felicitarlo, obbligandolo più volte a presentarsi al balcone fra le grida ripetute di — Viva l'eroe di piazza Fontana! Viva il morto di Robbiatello! Viva i repubblicani! Abbasso il Governo provvisorio!
Le stesse ovazioni, le stesse grida furono ripetute sotto le finestre della Rancati, la quale profittò della occasione per arringare il popolo, eccitandolo a scuotere il giogo dei nuovi tiranni, i tiranni del palazzo Marino.
CAPITOLO XI. Pane pei gonzi.
Le campane suonano a festa. Le contrade di Capizzone son pavesate di coperte e di lenzuoli; all'ingresso del villaggio, sotto un arco trionfale ornato di mirti, di edera e di fiori di papavero leggiadramente intrecciati, la banda musicale di Almenno strepita una marcia accanita. Il sindaco, il sagrestano, il beccamorto, spalleggiati dalla guardia cittadina, attendono l'arrivo di Teodoro Dolci, il quale in compagnia della sposa verrà a visitare la terra de' suoi padri! Il nipote di don Dionigi ha colto il frutto della sua celebrità, sposando quattrocento mila franchi, e una vedova grossa e nasuta come un elefante. Ortensia Rancati ha compiuto il capriccio della rivoluzione.
Presto! arme al braccio, signori militi della guardia nazionale! Presto! piva in becco e fiato alle trombe, signori musicanti di Almenno! Il corteggio nuziale si avanza. La vettura del Brunetto coronata di pampini e foglie di zucche procede maestosa verso l'arco trionfale.
Sul sagrato già tuonano i mortaletti... Due colpi di gran cassa preludiano all'inno guerriero; i suonatori ruggiscono dalle trombe; il popolo prorompe in urli di viva.
La vettura si avanza. Don Dionigi seduto in serpa, colle ali immense del cappello triangolare contende agli sguardi impazienti la vista degli sposi. — Abbasso il cappello! — gridano alcune voci. La guardia nazionale contiene a stento le ondate della folla... Il Brunetto, per avanzarsi presso l'arco trionfale, modera il pubblico entusiasmo, menando giù frustate a destra e a sinistra sul muso dei plaudenti.