E qui bisogna che l'interrogazione si moltiplichi, e divenga tante domande, per quante sono le rappresentazioni addotte a chiarire e ad esemplificare il concetto che si cerca. Questa nuova esigenza porta con sè un allargamento dell'indagine e un apparente allontanarsi dalla quistione primieramente proposta. Il dialogo s'impiglia in molte e svariate difficoltà; una corta inquietezza s'impadronisce degl'interlocutori; il risultato diviene incerto, e si è quasi ad un passo dall'eristica ed antilogistica dei Sofisti[108].

E, quasi ad accrescere le difficoltà ed a renderle invincibili, Socrate confessa la propria ignoranza; e nella piena coscienza dell'altrui presunzione ed insufficienza manifesta uno dei tratti più notevoli della sua natura: l'ironia. Il filosofo, infatti, non può, in quella condizione in cui s'è messo, non confessare la propria ignoranza, perchè il suo sapere è pura esigenza, o meglio consiste solamente nella coscienza dell'attuale incertezza. Quello, che egli cerca, deve ancora trovarlo; nè basta che l'abbia ottenuto una volta, perchè lo formuli in una maniera generale e lo tenga in serbo per mostrarlo a quando a quando. Il motivo dialogico, che è il solo movente della quistione, varia secondo le occasioni, e porta l'indagine sopra oggetti ed argomenti sempre diversi; sicchè si tratta sempre di eccitare nuovamente il bisogno dell'aporia, perchè questa invogli alla ricerca e fissi implicitamente la natura del processo. E di qui procede ancora, che Socrate, non avendo una notizia anticipata di quello che cerca e mettendo in opera la sua attività formale sempre nei limiti precisi e determinati di un dialogo, comincia dall'ammettere negli altri una piena scienza di quello che si cerca; e dalla loro confessione che nulla sappiano, o dall'incertezza con la quale pronunziano le loro opinioni, è indotto all'ironia, che in lui assumeva la forma costante di un abito filosofico[109].

Pur tuttavia, il semplice interrogare, che menava all'aporia ed alla sospensione d'ogni giudizio definitivo, era già un momento della scienza; e sebbene la confessione della propria ignoranza potesse sembrare una esclusione anticipata d'ogni certezza da parte di colui che interrogava, in fondo non era che un atto di rassegnazione alla intrinseca necessità dello sviluppo del dialogo. La domanda τὶ ἐστι; circoscrive tutta la ricerca sul valore di un concetto alla evidente determinabilità di quello, che in esso si pensa. Il contenuto, che a prima vista sembra espresso nella semplice denominazione, bisogna che sia davvero posto e determinato nella sua inerenza ed identità; e questo processo non può compiersi da sopra in sotto, o, come diremmo noi, deduttivamente, perchè manca ancora la coscienza di un valore logico incondizionato ed assoluto. La determinazione del contenuto costante di una rappresentazione, in altri termini, la elevazione della rappresentazione a concetto, avviene nel dialogo socratico mediante il movimento ascensivo o epagogico della incertezza delle opinioni comuni a quella costanza ed evidenza di affermazioni, che risulta dall'esaurire tutte le comuni accettazioni della parola in questione. Nella nostra coltura logica apparisce cosa facilissima determinare la inerenza e la vicendevole comprensione delle note d'un concetto, perchè l'attività intellettiva è anticipatamente fornita d'una moltitudine di elementi astratti ed universali, dei quali si serve come di organi; ma, dal punto di vista storico, quel procedimento socratico era di una somma difficoltà, perchè la coscienza non avea ancora alcuna notizia della universalità del concetto, e non avea innanzi a sè che una molteplicità di rappresentazioni, tutte apprese nella loro pratica incertezza e fluttuazione.

Questo processo formativo dei concetti costituisce l'induzione socratica, che abbiamo visto prender le mosse dall'interrogazione. Mediante questa, la rappresentazione, di cui è parola in questo o in quel dialogo, passa successivamente per tutte le sue più ovvie significazioni; ed in questo passaggio riesce agevole, a coloro che ricercano, di notarne i caratteri più costanti e di raccoglierli e comprenderli insieme nell'identità di una forma comune. La rappresentazione, così determinata nel suo valore costante, deve esser tale che possa funzionare da predicato in questo o in quel giudizio, senza che apparisca contradizione o incongruenza. Ma in virtù di questo postulato, che è implicito nella ricerca, apparisce nuovamente l'aporia; perchè il concetto (il nome), già determinato, non esprime tutto il valore della cosa che deve designare, e riesce spesso inadeguato alle reali relazioni, in cui l'obbietto, preso a definire, si trova con altri obbietti analoghi o diversi. Quella determinazione bisogna sia allora corretta. Tutti i casi speciali, nei quali la rappresentazione si presenta nel discorso, costituiscono il largo campo dell'esperienza del filosofo, che cercando qua e là i punti costanti ed evidenti, nei quali l'oggetto che si cerca è presente alla coscienza, se ne vale come di addentellati per progredire con movimento ascensivo verso la sintesi dei vari tratti caratteristici della significazione. Il discorso equivale così ad un reale processo di separazione e di riassunto[110], e mette termine nell'adeguata comprensione del concetto cercato. Il punto di partenza, ossia il nome, che nella sua semplice unità fonetica era dapprima il centro della ricerca, diviene, in ultimo, l'estremo termine del pensiero: quello cui si va a metter capo col farne consapevolmente l'espressione di un contenuto evidentemente pensato; e le immagini concrete, che dapprima s'aggruppavano incertamente intorno alla vaga denominazione, non reggendo più alla nuova sintesi, devono scomporsi e prendere un nuovo posto; e solo il nuovo elemento, che s'è ottenuto mediante la ricerca, il contenuto costante della rappresentazione, raccolto via via mediante l'induzione, può determinare la coordinazione e subordinazione nella quale le immagini devono coesistere, mentre il concetto si costituisce nella certezza ed inalterabilità dei suoi limiti.

Questo lavoro non è una scoverta ma una creazione; perchè non determina la natura di un fatto più o meno remoto dalla immediata percezione interna, ma esprime la produzione lenta e metodica di un nuovo stato nella natura delle rappresentazioni. Il risultato dell'indagine socratica, il concetto definito, acquista, poi che è stato determinato e costituito, il carattere dell'assoluta identità[111]; e serve così a correggere la rappresentazione e la parola. Ma, come l'attività socratica non riuscì mai ad isolare il formalismo logico dalle condizioni reali in cui s'era sviluppato, così l'interesse dialogico dell'induzione e della definizione non si manifestò che in una forma concreta ed occasionale, come bisogno etico e pedagogico: e non potette, per questa ragione appunto, obbiettivarsi in un'ipostasi metafisica[112]. Nulladimeno, per quanto il concetto socratico sia lontano da ogni idea metafisica, non può sconoscersi che esso sia stato il primo motivo e la prossima occasione delle idee platoniche.

OSSERVAZIONI

Questa nostra esposizione del metodo socratico è attinta genuinamente dallo schema generico del dialogo senofonteo e platonico; ed è stata ravvivata da una indagine genetica su i motivi dell'aporia e dell'interrogazione sospensiva, Senofonte e Platone hanno per noi lo stesso valore, quando si tratta di assegnare il carattere formale solamente, e non le conclusioni positive del dialogo socratico[113]; perchè solo nella diversità di queste è riposta la novità del platonismo, che cercava ricavare dall'induzione l'assolutezza ed il carattere incondizionale delle idee. Ed abbiamo così evitata la posizione erronea di coloro che, prendendo le mosse dal concetto astratto del metodo, hanno poi cercato di applicarlo alla investigazione del dialogo socratico. Cercheremo ora di completare con alcune osservazioni quella immagine complessiva, che abbiamo delineata.

1) Imprecisione formale del metodo socratico

Nello svolgimento dialogico, che abbiamo esposto, non può sconoscersi la costanza di un formalismo, che si ripete in condizioni fisse ed impreteribili. Quello che noi abbiamo espresso in uno schema generico è stato desunto e raccolto da una molteplicità di casi speciali, che se non tutti rivelano una formale compitezza, pure, nell'insieme, s'integrano in una immagine complessiva. La ripetizione dei medesimi motivi e la incertezza dei criterî nei giudizi morali producevano sempre la medesima esigenza di una verificazione coscienziosa del contenuto normale dei concetti. Ora può domandarsi fino a che punto Socrate avesse acquistata l'astratta consapevolezza delle condizioni costanti della ricerca, o a dirla più esplicitamente: sapea egli di seguire un processo teoretico ed universale, e ne avea nell'animo uno schema generale? Su questa quistione non possiamo più stare a sentire con pari credenza Platone e Senofonte, perchè il primo avea già raggiunto una più perfetta notizia del problema logico, e s'era formato un concetto astratto del sapere, che il secondo è molto lontano dal volere attribuire al comune maestro. Nè può dirsi che Senofonte non avesse avuto sufficiente coltura filosofica, per intendere ed approfondire i pronunziati di Socrate[114]; perchè in questo caso, non solo bisognerebbe rigettarne assolutamente la testimonianza, ma rinunziare per sempre a qualunque indagine su i limiti che corrono tra la filosofia socratica e la platonica.

E pure, senza insistere di soverchio su la incapacità filosofica di Senofonte, la sua testimonianza a noi pare sufficiente per determinare negativamente il grado di consapevolezza logica che Socrate avea raggiunto; il quale consistea nella normale, ma sempre pratica convinzione, che solo colui che possiede la notizia esatta delle generali condizioni di una pratica attività potesse convenientemente e saggiamente condursi nell'esercizio delle proprie funzioni[115]. Questa logica consapevolezza è ancora tutt'una cosa con la pratica esigenza del retto operare; ed il filosofo, che avea abbandonata ogni indagine su gli oggetti che non concernono immediatamente il benessere umano, per la stessa posizione che s'era fatta, non potea astrarre il concetto del sapere dalla concretezza del saputo.