L'indeterminatezza fra le forme politeistiche e l'esigenza monoteistica era di tale una potenza nell'uso della lingua greca, e tanto inerente alle condizioni della coltura, da dover noi rimanere affatto incerti sul valore che Socrate attribuiva al concetto della divinità, se per valore vogliamo intendere il grado d'intimità col quale la coscienza apprendeva e sentiva l'importanza e la gravità del nuovo concetto. La tradizione stessa non è un criterio sufficiente per determinare questo o quel valore in un dato periodo, perchè essa non era dommatica e sacerdotale, ma frammentata in una gran molteplicità di tendenze artistiche e dottrinali. Solo per via di esclusione noi possiamo asserire che, prima di Socrate, nessuno avea sentito con pari intimità e chiarezza il bisogno di riconoscere la divinità nella sua attività produttrice e nella sua natura intelligente. Ma, siccome la vittoria del concetto monoteistico non è avvenuta mai nell'antichità greca in una forma definitiva ed esplicita, perchè non fu contrassegnata dal carattere di una riforma pratica simile a quella ch'ebbe luogo nel levitismo e nel nabismo ebraico; così avvenne che Socrate, favorito dall'indeterminatezza della posizione religiosa, in virtù di un processo psicologico, che non cade qui in acconcio d'illustrare, lasciò apparire più evidente su l'estremo limitare della coscienza il concetto dell'unità divina, senza fargli guadagnare il predominio assoluto di un principio regolativo[236].

E per questa ragione stessa sarebbe supervacaneo domandarsi che concetto Socrate si facesse della inerenza dei vari attributi nel concetto della divinità, perchè quei predicati segnano solamente gli estremi termini di una ricca intuizione etica, non i presupposti di una costruzione metafisica[237]. In quella posizione il filosofo non sentiva punto bisogno di chiarirsi scientificamente un concetto per sè stesso evidente ed intuitivo, e solo il criterio dell'analogia poteva in parte spiegare la sua efficacia. Così vediamo che Socrate appercepisce la relazione fra Dio ed il mondo come identica a quella che passa fra l'anima e il corpo[238]: ed afferma che, come in questo si scorgono i visibili effetti della invisibile potenza di quella, così il cosmo rivela la invisibile potenza della divinità; ed estendendo poi il criterio dell'analogia, rassomiglia l'assoluto potere della divinità nel mondo e la sua onnipresenza al predominio dell'anima sul corpo ed alla sua relativa vastità nella comprensione ed apprensione delle cose più remote. Ma tutto questo sforzo di penetrare la natura della divinità dal punto di vista dell'analogia non fa sì che noi potessimo ammettere, che quel concetto abbia acquistata una metafisica consistenza; e questa incertezza ed elasticità della nozione favoriva appunto in Socrate l'illusione, che egli non si fosse discostato dalle opinioni comuni. La relazione quindi fra l'uomo e la divinità, che rimaneva imprecisa, era ristabilita con le forme tradizionali dell'oracolo, della preghiera e del sagrifizio[239]; nell'uso delle quali pratiche Socrate non introduceva alcuna modificazione, fuori quella di rinforzare il principio della consapevolezza correggendo il formalismo letterale.

Il concetto adunque della divinità rimaneva qualcosa d'impreciso, e nel valore intrinseco della sua determinazione e nella natura dei suoi rapporti con l'ordine della natura. Nondimeno, questa che può dirsi imprecisione rispetto al problema filosofico, era una idea più che precisa in confronto col precedente sviluppo della coscienza greca; ed era un gran progresso in rapporto alle intuizioni religiose, che erano state espresse nei monumenti letterari fino all'epoca periclea. Racchiudere in una veduta complessiva tutto il mondo dell'attività umana, e determinarlo in antitesi col mondo della natura, e fermare poi da un'altra parte il concetto dell'intelligenza provvidente, come supremo termine d'ogni umana indagine, fu tale un atto d'energia spirituale, che, sebbene espresso ed appreso in una forma immediata, e diremmo quasi volgare, riuscì fecondo di una più intima considerazione, di una più larga soluzione del problema su l'origine delle cose. L'influenza del Socratismo su la dottrina platonica non è stata, sotto questo rispetto, sufficientemente avvertita.

2. Il concetto dell'anima

Allo stesso modo che Socrate non seppe elevarsi al concetto della teologia razionale, non ebbe del pari notizia del problema psicologico. Questo difetto è stato da noi già avvertito nel giro di questa esposizione; e ce ne siamo valsi come di ragione sufficiente per spiegare la inadeguatezza ed imperfezione di quel criterio logico, che, subordinando tutti i fenomeni della vita etica alla formale esigenza di una valutazione immediatamente cosciente, non riuscì a spiegarne l'origine, e le naturali condizioni.

Le varie rappresentazioni, che istintivamente sorgono nella coscienza, e che devono esprimere la causa dei diversi fenomeni della vita interna, aveano già al tempo di Socrate occupato un posto importante nelle ricerche dei filosofi naturali; i quali intesi a trovare un principio generico che spiegasse l'origine delle cose, aveano riposto o nell'aria, o nel fuoco o nel numero o nel sangue la causa dei fenomeni psichici. Ma al tempo stesso la tradizione religiosa, rappresentata dagli innovatori della lirica e dai creatori del dramma, nell'approfondire il concetto dell'uomo e della sua relazione con la divinità, e coll'avere più intimamente rilevato il valore morale della coscienza, produsse una nuova esigenza: quella di ricercare in una causa soprasensibile l'origine dei fenomeni psichici[240]. Questa esigenza, non ancora formulata in un problema filosofico, divenne più tardi un postulato di pratica sapienza; e determinò il concetto dell'anima come immateriale, partecipe della natura divina ed immortale.

Ora a noi non riesce di accertare per quali influenze tradizionali Socrate fosse arrivato a farsi un concetto dell'anima, ch'egli teneva per immateriale e partecipe della natura divina[241]. Bisogna ad ogni modo osservare, che, avendo egli rinunziato ad ogni indagine su la natura e l'origine del mondo fisico, e non permettendosi di indagare quelle cose che solo la divinità può sapere, perchè le ha prodotte e le governa, il concetto che s'era formato dell'anima non può tenersi per un risultato di una investigazione dottrinale, e deve essere riavvicinato nella sua origine storica alla interpretazione di quei poeti, che nell'intimità delle loro tendenze religiose aveano rialzato il valore della coscienza. Quell'affermazione, infatti, pare non sia altro che il risultato di una esigenza etica, perchè non risulta dal precedente di una dimostrazione.

E rimane del pari dubbio, se la natura divina dell'anima dovesse necessariamente importare la sua immortalità. A risolvere questa quistione le fonti non ci forniscono di argomenti sufficienti. Attribuire a Socrate la dimostrazione del Fedone sarebbe quanto dire che egli sapesse la teoria platonica delle idee, e che avesse studiato il Pitagorismo. Nell'apologia, invece, Platone mette in bocca a Socrate un'argomentazione dilemmatica, nella quale è detto, che la morte è sempre un bene, sia che ci privi in tutto, della coscienza, o che porti dopo di sè un'altra vita[242]; il quale dilemma è molto sorprendente di ritrovare in bocca al moriente Ciro in fine di quella Ciropedia, che Senofonte ha modellata più sull'ideale della socratica perfezione che su la genuina tradizione storica[243]. Da questo incontro delle due fonti può arguirsi con molta verosimiglianza, che forse Socrate non abbia mai superato scientificamente quel pratico dilemma, sebbene gli argomenti prodotti nella Ciropedia stessa in favore dell'immortalità non manchino di un certo colorito filosofico. Rimane nondimeno sempre accettabile l'opinione di coloro che attribuiscono a Socrate la fede nell'immortalità dell'anima[244], se si considera che quella maniera dubitativa, come è espressa la quistione nei due luoghi dell'Apologia e della Ciropedia, tiene molto intimamente al carattere oratorio dell'uno e dell'altro discorso; e, se poi si pon mente all'altra circostanza, che in alcuni dialoghi platonici, che sono generalmente ritenuti per più prossimi alla maniera socratica[245], il concetto dell'immortalità è presentato in una forma più popolare di quella che assume nel Fedone, non è improbabile che Socrate non avesse saputo improntare un carattere scientifico al suo personale convincimento, come più tardi fece Platone, ma che, nondimeno, lo avesse nudato.

XI. RIEPILOGO E CONCLUSIONE

Il lavoro, che ora ci disponiamo a compiere, è stato condotto con un certo criterio che ne ha esteso i limiti e lo sviluppo oltre i termini assegnati dall'Accademia. Questa maggiore estensione, che abbiamo data allo svolgimento dell'esposizione, non ci par tale che debba apparire un fuor d'opera; perchè essa è stata una naturale conseguenza del modo come abbiamo intesa e concepita la dottrina socratica. Se ci fossimo invece limitati a raccogliere i pronunziati autentici di Socrate, per poi disporli secondo lo schema di questa o quella filosofia, non avremmo certo fatto cosa che rispondesse alla natura del compito, che ci eravamo assunto. Se siamo o no riusciti a mostrare, che la dottrina di Socrate scaturisca naturalmente dalle condizioni personali dell'autore, e rimanga a quelle così strettamente congiunta da coincidere interamente con le pratiche esigenze che l'aveano prodotta; questo non è in noi di affermare: e basterà dire, che avevamo in mente di esporre e mettere in chiaro questo nostro concetto.