In questi corridoi non solo sono nicchie di qua e di là, ma ancora, a piccole distanze, sono come tante cappelline, anche piene intorno intorno di sepolcri. Ancora in queste si vedono dipinture ora cristiane ed ora gentili, e mi ricordo che allato a un san Pietro v'è alcuni adoratori di Venere di ambo i sessi, che vengono all'ara della dea a offerirle e ghirlande di rose ed altri segni vie meno dubbi della loro divozione.

Tornando indietro, riuscimmo per un nuovo sentiero a un tempietto disotterrato di corto, dove è la stessa mistione di cristiano e di gentile. Ed avvicinandoci alla luce, questa si rifletteva in sì strane guise pe' vari intoppi che le si opponevano, che io desiderai d'essere pittore per ritrarle tutte. Ma quando, appressandomi, la luce divenne troppo viva, allora mi accorsi ch'io aveva interamente dimenticato il mondo e me stesso in quell'ora che avevo passato sotterra. Sentii come è amaro il ritorno della vita a coloro che l'hanno un istante dimenticata; e mi parve comprendere perchè così spesso il ritorno del sole sull'orizzonte mi sforzi, per qualche istante, alle lacrime. Mi parve dalle stanze dei morti arrivare a quelle de' vivi, e non me ne rallegrai, quando, uscito del tempietto, mi ritrovai sulla piazzetta, alla bocca dell'ultima delle tre spelonche che dinanzi mi erano apparse.

A diritta dell'entrata di questa spelonca era una lapida greca trovata novellamente nel tempietto. Questa annunziava di aver chiuso il corpo d'una giovane morta di quattordici anni e tre giorni. Ed io cominciai a fantasticare: Oh! chi sa quanto era bella questa giovane! Oh! chi sa quanti desiderii, quante speranze ricoperse questo sasso! E così fantasticando, rientrai con quei due vecchi nella chiesicciuola.

Quegli che avea la lampana, la spense ed andò via. Ed io guardando da quel lato rimpetto l'altare, dove non avevo volti gli occhi la prima volta, in vece di un muro, come immaginavo, vidi uno squallido cancello di legno, donde si vedeva una lunga fuga di stanze sotterranee. Queste erano tutte ingombere di terra dall'un lato e dall'altro, sì che appena vi rimaneva un viottolo che le segava tutte per mezzo. La terra si alzava di qua e di là come in tanti monticelli. Domandai il vecchio ch'era rimasto, che ciò fosse. Mi rispose, ch'era il cimitero del convento.

Uno di quei monticelli pareva essere stato smosso di fresco. Mi venne curiosità di domandare chi vi fosse stata seppellita.

Tav. VI.
... sono appena tre dì che vi è stata seppellita la più bella creatura che la natura abbia mai formata. — Carte 374.

Oh Dio! mi rispose il vecchio, percotendosi la fronte con la mano, sono appena tre dì che vi è stata seppellita la più bella creatura che la natura abbia mai formata. Oh signore se voi sapeste... E quasi si affacciavano le lacrime su quegli occhi spenti, nei quali pareva esserne stata secca per sempre la fonte.

Furono molte le parole da una parte e da altra. Alla fine, fra molti sospiri e molte reticenze del vecchio, intesi che quella terra ricopriva le reliquie d'una bella giovane, di cui la vita misera e tempestosissima era stata scritta da se medesima per confidarla a un confessore, e che il manoscritto, trovato nella cella della giovane, era posseduto da quel vegliardo. Entrai in una infinita curiosità di leggerlo, e ne offersi al vecchio tal somma, alla quale quel miserabile non seppe resistere; e mi diede il manoscritto, benchè se ne staccasse con gran dolore, e lo bagnasse alla fine delle sue lacrime nel consegnarmelo.