Laonde mi sovviene che, non potendo nè notte nè giorno riposare, per lo stridore delle balie e lo spavento della morte, che pareva non restasse mai di girare intorno intorno con la sua falce, morendo del freddo in quel gran vano di quella sala, avendo i nervi turbati dalla vigilia, dall'inedia e dall'aria pestilenziale che quivi si respirava, nè potendo, in alcuna operazione o materiale o mentale, spendere quella virtù attiva che il Creatore ha posto in tutto l'essere nostro per la propria nostra conservazione e che, quando non abbia dove rivolgersi, si rivolge contro a noi stessi e ci uccide, mi sovviene ch'io fui assalita da una smania. da un fastidio di me stessa, da un tedio così intenso della luce, del sentire e di qualunque cosa, in fine, rappresenta la vita, che le mie parole non possono mai bastare ad esprimere. Stetti sei mesi come una piccola energumena; troncandomi spesso a brano a brano le carni: e più d'una volta le balie giudicarono, nelle loro grossolane menti, ch'io avessi addosso il mal della rabbia, e andavano considerando come ciò fosse potuto essere, e se convenisse, per loro salute, di soffocarmi così di nascoso. E solo il vedermi non abborrire, anzi ardentissimamente desiderare, un boccaletto di acqua fresca, le ratteneva dal recare ad atto la loro crudeltà. Alla fine perdetti le forze, e mi avvezzai alla necessità di quella vita, come il galeotto si avvezza al remo ed alla catena, e gl'Italiani chiusi nel carcere detto durissimo, alle tenebre, al digiuno perfetto di pane e d'acqua, ad avere mani piedi e stomaco sempre stretti fra grossi cerchi di ferro e ad essere regolarmente flagellati[1].
XIII.
Così valicai due altri anni, dei venticinque ove mi sono strascinata. Venticinque anni! Se ora mi rivolgo un istante a considerarli, paiono un lampo, com'è un lampo il pensiero che li percorre. Oh Dio! ma a passarli fu un'eternità di dolore!
Un giorno, in sull'aurora, io fui bruscamente destata da una monaca, la quale mi disse ch'io mi fossi presto vestita e condotta nel parlatorio, che v'era gente di fuori che mi voleva. E volte le spalle, andò via. Io non sapeva immaginarmi qual ente umano fuori la Casa della Madonna potesse volermi. Più volentieri avrei creduto che mi volesse un cane, s'io non avessi con questi orecchi udito agonizzare e morire quel mio primo e solo amico; che certo, s'egli fosse vissuto, ben mille volte sarebbe tornato a quell'ospizio a domandarmi; ma gli uomini lo avrebbero cacciato col bastone.
A un tratto mi balenò al pensiero la strega di Sant'Anastasia, e ch'ella non fosse tornata per me, ora ch'era meno impossibile ch'io resistessi alle fatiche alle quali ella mi destinava. E fu un momento ancora, in cui la mia mente delirò fra i sogni di arcani genitori, d'una tenera madre che venisse una volta a svelarmi il suo seno materno ed a farmene uno scudo contro le atrocità degli uomini. E già cacciandomi indosso la vesticciuola, e correndo al parlatorio, mi rompeva dagli occhi un torrente di calde lacrime di speranza e di gratitudine...
Quando giunsi al parlatorio, vidi la monaca che s'intratteneva con tre figure, che, appena io comparvi, mi cacciarono gli occhi addosso molto curiosamente. Erano due uomini, e una donna. La donna era vestita d'un abito di romagnuolo ovvero pelone bruno, accollato; era calzata di calze e di scarpe assai ruvide; aveva un fazzoletto bianco, sudicio, al collo; ed in testa una pezzuola di cotone bianco ripiegata ad angolo, della quale due becchi le si annodavano sotto il mento in tal modo che buona parte del viso n'era coperta, e gli altri due combacianti l'uno con l'altro le penzolavano dall'occipizio. Costei era goffamente appoggiata al braccio d'un giovane macro e lungo. Questi aveva la testa incredibilmente piccola, con un viso bronzino, con un nasuccio e due occhiolini in fronte, nei quali si leggevano in istrano accordo l'effeminatezza, la ferocia e la codardia. Era tutto vestito a nero, benchè non portasse bruno, ed avea la cravatta e i guanti bianchi, e di sopra la giubba aveva un vestone così lungo che quasi toccava la terra, con un cappellino puntuto in mano ed un bastone così grosso e lungo che appena lo bastava a reggere, ed era assai ridicolo a riguardare. Dietro a questa coppia un poco, era in atto fra brusco e rimesso un altro uomo, dal cui volto veniva fuori il più lungo naso ch'io abbia mai veduto. Aveva indosso un vestone del panno medesimo onde era l'abito della donna, un paio di stivalacci ai piedi, un grosso bastone in mano, e per gagliofferia aveva tuttavia il cappello in testa. Volendo parere di tutto fare, non faceva nulla, e pendeva dagli sguardi della donna e del suo bracciere.
Veramente bellina! esclamò la donna appena mi vide. Di questa età la volevo, e di questa bellezza. Quanto è carina?
E prendendomi per la mano e carezzandomi:
Povera bambina mia! Vieni, vieni alla mamma tua.
Diceva con grandi apparenze di tenerezza. E volta al bracciere: