Era fitto inverno. Tutto taceva: se non che i due abati ad ora ad ora russavano. Io non poteva chiudere le palpebre, parte per la paura degli strazi della donna se non fossi stata pronta ad aprir l'uscio a don Gennaro ed agli altri cinque studenti ch'eran fuori, e parte per la naturale vigilia ch'è sempre causata dall'inedia e dal turbamento de' nervi. L'immaginativa mi s'accese. Parvemi che il gran segreto della vita mortale mi fosse aperto per la prima volta; nè mai in questa più provetta età mi accadde di avere una così viva rivelazione delle condizioni dell'essere. Quel giorno, tutti gli altri scorsi, e la vita intera mi parve un fantasma, un sogno, un incubo doloroso, ma accompagnato dalla tremenda realità della veglia. Mi parve che, a traverso il guizzo di quella lampada, mi trasparisse come per lampi un ordine infinito di nuove ed ineffabili sciagure, le quali, pure essendo dolore e pianto, si trasformavano in non so che d'umano; ed ecco larve, spettri, sembianze ora note ora ignote, trasformarsi da belle in orrende, e ingrandirsi, e impiccolirsi, e sparire, e ritornare. Oh padre! qual notte! Quale ignoto e spaventoso mondo abitano in quelle ore gl'infelici! Alla fine, erano, credo, le sette ore della notte, quando giunsero i tre Aquilani, che, presa la chiave di sotto il guanciale degli abati, aperto il cassettone, trangugiato quel pochissimo di residuo cibo e fumato a posta loro, entrarono nel letto più grande e si furono presto addormentati. Poco di poi tornarono i due congiunti di don Gaetano, e dietro a loro don Gennaro, che a quell'ora terminava d'imbandire da cena al suo padrone. I due giovani si lamentarono un cotal poco sommessamente a don Gennaro del saccheggiato piatto, dove non rimanevano più nè anche i segni dell'antica vivanda. Don Gennaro promise loro che gliene avrebbe rifatto il dì seguente; e così queglino chetandosi si raccolsero nel terzo lettuccio, e don Gennaro entrò con placido animo nella sua camera. Io passai di là per ridurmi in cucina sul sacconcello, e passando vidi don Gaetano e donna Mariantonia, ciascuno al suo posto, che fingevano d'essere sepolti nel più profondo sonno, e don Gennaro, che piamente spogliandosi i suoi panni, si preparava ad entrare accanto alla sua pudica consorte.
XX.
Un raggio di dolorosa luce ed un crudo brivido di freddo mi destarono la dimane dal breve letargo che mi aveva oppressa sul sacconcello. Quale fu il primo giorno, tali furono tutti gli altri dei quattro anni ch'io passai in casa di donna Mariantonia. Un uomo grandissimo disse che ogni giorno, rispetto al precedente, somiglia ad un racconto narrato due volte: e disse vero per una parte non numerosa del genere umano. Ma se la madre di quel grande uomo lo avesse abbandonato nella buca de' reietti, io credo ch'egli avrebbe tolta altronde l'immagine, e il dì che segue a un altro avrebbe paragonato più tosto alla ripetizione del parossismo d'una febbre acuta e dolorosa.
Io non mi rammento di altri avvenimenti che mutassero l'uguaglianza di quei giorni, se non ch'io era spesso malata. Ma poi insensibilmente la malattia mi divenne abito, anzi seconda natura. La mia vita divenne uno sforzo continuo; e m'avvezzai a reggermi in piedi, a camminare e ad affaticarmi in ogni più strapazzata maniera, quando più mi prostravano a terra il languore e le febbri causatemi dallo stento e dai patimenti infiniti che sopportavo. Pure, essendo tutto il mio vestito quel cencio col quale venni via dall'ospizio, non ostante che la mia complessione fosse assai cresciuta, e non giudicando donna Mariantonia che alle fanciulle si convenisse andare altrimenti che scalze, avveniva talvolta che dal freddo mi gelavano i piedi e in tal guisa mi si fendevano, che il camminare mi diveniva assolutamente impossibile. Allora io giaceva per qualche dì come morta sul pagliericcio, non senza infinite bestemmie e mali trattamenti e battiture di donna Mariantonia, ch'era costretta a disertarsi, pagando un grano il dì a un'altra fanciulla, che faceva per quei giorni, ma meno percossa di me e meno faticosamente, le veci mie.
XXI.
Era del mille ottocento ventuno. Io era giunta all'undecimo anno dell'età mia, e divenuta alquanto altetta della persona, se non che, sotto la sferza del dolore, venivo assai tenue e minuta. Pure non potettero gli stenti miei sterilire tanto la natura, che qualche segno di giovinezza non cominciasse già a spuntare in sul mio seno. Oh giorni! Oh momenti eternamente ineffabili d'affanno, di dolcezza e di speranza! Era di marzo. A un tratto mi si mutò la scena del mondo. Fin allora io m'era sentita lentamente mancare, e tutto intorno a me m'era sembrato che lentamente mancasse. La distruzione, la morte, il nulla mi era apparso la meta finale a cui tendesse ogni cosa creata, e l'assenza del dolore mi era sembrato il desiderio più grande che potesse nascere nel cuore dell'uomo. A un tratto mi parve che l'universo moribondo rinascesse. Una vita, una forza nuova ed incognita e più che umana, mi parve che penetrasse nel seno d'ogni cosa e di me stessa. I cenci che appena mi coprivano, cascavano in pezzi come prima; come prima io nè mangiava, nè dormiva, nè riposava, e d'ogni altra cosa più necessaria alla vita sostenevo inopia come prima. E nondimeno ogni giorno, ogni ora, ogni fiato dell'aura vitale, in cui nuotava allora qualunque cosa terrena, mi rendeva assai maggiore di me stessa e d'ogni angoscia e d'ogni stento: e pareva che m'infondesse una nuova anima, tutta diversa da quella di prima già spenta; e mi pareva che con questa io trionferei l'universo sulle ali del vento. Il fine al quale io era stata creata non mi parve più nè l'assenza del dolore, nè il riposo, nè la morte; ma la vita, il movimento, il piacere, la felicità, il paradiso. A questo paradiso, a questa beatitudine sovrumana ed ignota ed incommensurabile ed infinita io mi slanciava da un istante all'altro fra i voli della mia fantasia. Ma l'infinito non poteva capire nell'essere mio ch'era finito! Alla fine, dall'altezza di tutti i cieli io precipitava come nel più basso baratro della terra, e la perdita di quel paradiso mi ritornava alla disperazione. E già quasi il prestigio dispariva. Ma quella disperazione non era più freddo desiderio di morte, ma calda, ardente, smaniosa ansietà di piacere, dalla quale riscoppiava ad ora ad ora la speranza.
Un giorno, era il mezzodì, e il cielo era di una così viva serenità, e l'aere così tepido e odorato, che quasi parea che la natura si guardasse in seno a se stessa, come compiacendosi d'essere tanto bella. Io andava con la secchia alla fontana. Quando fui presso al palazzo Santo Buono, levando gli occhi a caso, vidi un vecchio curvo e canuto, che con la destra si appoggiava a una lunga canna e con la sinistra al braccio d'un giovinetto, che alla sembianza, ed all'amore col quale lo guidava, mostrava d'essergli figliuolo. Se la fantasia non m'inganna ancora, io non immaginai mai angelo del paradiso tanto bello, quanto era quel garzonetto. Era bianco fino al pallore, avea gli occhi d'un vivo cilestro, i quali egli volgeva languidamente, come affaticato e stanco da un lungo soffrire, e molti biondi capelli e alquanto crespi gli scendevano morbidamente sugli omeri. Oh padre! Chiunque dice che la povertà avvilisce; chiunque ne rivolge gli occhi schivo come da cosa paurosa e brutta, io vorrei che avesse veduta quella coppia. Quale nobiltà, quale riposo nel sembiante del vecchio; quale affetto, quale innocenza negli occhi del giovinetto! Qual mai decoro traspariva dai cenci medesimi che li ricoprivano! S'indovinava, ma non si udiva, ch'essi domandavano la vita per Dio. E quando io ebbi un poco coltivato lo spirito, e ch'io lessi di Omero e di Belisario ciechi e mendichi che un garzoncello guidava per mano, mai, per entro il prestigio dell'antichità e della favola, non seppi immaginare due più nobili figure.
Quand'io levai gli occhi al garzonetto, riscontrai i suoi, che mi sembrarono come da lunga pezza fissi sopra di me. Oh padre! Io non credo al fascino: ma certo l'onnipotenza d'uno sguardo sarà sempre il più inesplicabile de' misteri. Io vidi o mi parve vedere in quegli occhi un sentimento di compassione per lo stato mio; e credetti a un tratto che fra me e lui altro sentimento non fosse scoppiato se non la simpatia della sventura. Ma mi corse un lungo brivido per le membra e per l'ossa: e questo brivido, che pur era amarezza e dolore, mi sembrava piacere. Quello fu il primo istante in cui questa parola non fu più senza senso per me. Oh gran Dio! Quanti e quanto nuovi sentimenti mi si successero con la rapidità del fulmine nel più profondo dell'anima. Quella che mi parve alla prima una dolce riconoscenza alla pietà ch'egli mi aveva, si trasformò magicamente in un tenero sentimento di compassione per lui. Mi apparve (chi il crederia?) più infelice di me! mi sembrò ch'egli avesse bisogno di me, e ch'io fossi fatta per consolarlo. In che modo io avessi potuto consolarlo, non sapevo vedere! Pure mi pareva, che avvicinandomi a lui, stringendomelo forte forte al seno, e colmandolo di mille miei baci, che così io lo avrei consolato. Alla fine mi tremarono le ginocchia, mi sentii come mancare, poi ruppi in un dirottissimo pianto, e mi parve che s'egli avesse sostenuta e stretta me sul suo seno, e mi avesse ricolma di suoi teneri baci, che solo su quel seno io avrei trovato quella pace, alla quale avevo indarno sospirato dal dì che fui conscia di me stessa.
XXII.
Riavutami un istante dal mio strano turbamento, e rasciuttemi le lacrime col lembo della mia vesticciuola, il garzoncello ed il vegliardo entrarono lentamente nel palazzo Santo Buono. Il giovinetto si rivolse più volte per vedermi; e quando fu per isvoltare il peristilio della corte, affisse gli occhi sopra di me così pietosamente, che parve che il cuore gli si spezzasse.