Un istante appresso disparve; e con lui sparì il prestigio dell'ora, del sole, della stagione e dell'universa natura; ed io mi feci fredda come il ghiaccio.
Il dì seguente, quando, in sulla più bell'ora della mattina, io cominciai le mie gite alla fontana, sentii sciogliermi le ginocchia appena rividi l'aria aperta. Sudavo e gelavo a un tempo, e mi palpitava il cuore in un modo così concitato, che pareva che allora allora mi si schiantasse. Ma non mai, non mai, in tutte le dieci volte ch'io ritornai alla fonte, mi fu conceduta la cara vista, in cui io aveva risposto tutto il mio bene, tutta la mia speranza. Quando rivenni l'ultima volta dalla fonte, entrai, senza quasi avvedermene e come un automato, nel palazzo Santo Buono, se forse mi fosse dato di vedere il giovinetto. Ma il portinaio, ch'io non aveva veduto, mi fece accorta di se con un fiero calcio, gridandomi in capo che non si conveniva alla scalza e stracciata canaglia d'entrare ne' palagi de' principi.
Erano già dieci giorni ch'io non vedeva più nè il vecchio nè il giovinetto. Prima ch'io lo vedessi, era un gran tempo ch'io aveva perduta la consuetudine di piangere. Ma dal dì che lo vidi, m'era stato nuovamente conceduto questo divino benefizio, e mai non tornavo dalla fontana e non vedevo il palazzo Santo Buono, ch'io non fossi costretta a farmi adagio adagio dietro la cantonata di Santa Sofia, e quivi sotto una bella immagine della Vergine ch'era affissa nel muro, versare, fra spessissimi singhiozzi, un torrente di calde lacrime; chiamando l'ignoto giovanetto, se non col nome che aveva, con quello almeno che gli aveva dato il mio cuore, di vita mia, di anima mia, di mia sola speranza, di mio angelo, di mio universo, e raccomandandomi alla Vergine, che almeno un'altra sola volta me lo mostrasse. Seppi di poi che quell'immagine era un capolavoro di Raffaello, involato nell'anno novantanove dalla casa di un medico valorosissimo, che dal popolaccio del suo rione, al quale egli aveva per lunghi anni prestato i soccorsi dell'arte sua senza ricompensa veruna, fu a colpi di pugnali e di mazze trucidato e sfracellato, e il tronco corpo gittato dalla finestra.
L'undecimo dì, era verso le ventitrè ore, io tornava con la secchia dalla fontana, allorchè presso la medesima cantonata di Santa Sofia riconobbi subito all'angelico viso il garzonetto, che senza il vecchio m'attendeva. Appena mi vide, l'angeletto mi s'appressò, e, sollevandomi dal peso importabile della secchia, mi pigliò dolcemente per la mano, e mi condusse in un solitario viottolo, ch'era accanto a quella cara immagine. La quale riguardando e pure credendola sola autrice di tanto mio bene, quali lacrime d'ineffabile dolcezza e di riconoscenza mi piovvero dagli occhi, e quante!... Appena ci fummo sottratti alla vista degli uomini, l'angelo mio mi strinse al suo seno palpitante, e con le sue calde labbra inghiottendo le lacrime ch'io versava a torrenti; era più alto di me e mi baciò sulla fronte. Poi curvato il collo tutto bello di giovinezza, m'afferrò con le sue labbra le mie e mi vi stampò un bacio di memoria immortale. O Creatore del Tutto! Allora dovevi chiamarmi alla tua pace... ma forse temesti che anche nel paradiso io ti avrei ridomandata la terra.
Dimmi, anima mia, come ti chiami?... mi domandò l'angeletto. Ginevra, io risposi singhiozzando.
E intanto, carezzata e stretta e ribaciata da lui, io, fuori di me e senza sapere che fosse, cominciai, mischiando stranamente alle lacrime un sorriso di tenerezza, cominciai a stringermelo al seno ed a baciarlo anch'io... ed a ribaciarlo.
Quando ci fummo riposati lungamente l'uno sul seno dell'altro, ove il cuore taceva, il mio angeletto, sollevatomi leggerissimamente il capo con ambo le mani, mi disse:
Amore mio, quanto mai sei bella! Com'è mai possibile che il cielo abbia potuto condannare alla sventura una sua abitatrice, quale tu sembri negli atti, nel volto e in tutta la tua angelica persona. Tu mi sembri uno di quei fantasmi che mi si sono talvolta rappresentati alla mente, quando standomi col mio babbo le lunghe ore in qualche tempio, mi è stata dalla divina parola promessa la beatitudine dei cieli, tutta accompagnata dalle incantevoli forme delle anime eternamente beate. O mio solo bene, mia sola speranza, quanto apparisce strano ed inesplicabile il contrasto ch'è fra gli squallidi cenci che ti ricuoprono e la tua tenera e trasparente carnagione, ed il tuo viso bianco e rosato a un tempo, e quegli occhi neri e quelle nerissime chiome che ti si smaltano sugli omeri. O fanciulla del paradiso, fa ch'io non ignori chi sei; che il cuore già mi dice, che come nelle mie membra mal coperte e brutte di povertà e di dolore, scorre un sangue nobile e gentile, che così nobile e gentile debb'essere quello che ti trasparisce dalle membra e dal volto.
O gran Dio! come io precipitai dal paradiso nell'inferno a quella inchiesta! Io grondai tutta, m'annegai in un pelago di confusione, e desiderai veracemente che la terra s'aprisse per inghiottirmi. I quattro anni che avevo valicati in casa il cuoco mi avevano fatta pur troppo accorta che gli uomini credono, che l'essere in sul primo vagito gittata dalla miseria o dalla paura nella buca de' reietti, sia un'infamia che debba perpetuamente, sino alla morte e dopo la morte, pesare sul capo della vittima.
In fine Iddio mi concesse tanta forza, ch'io non mi morii, ma giunsi a dirgli: