Amore... dimmi prima chi tu sei... e poi ti dirò delle mie sventure.
Ed essendomi io tutta arrossita nel viso:
Ginevrina adorata, mi disse, tenendomi sempre le sue mani sulle tempie e sulle guance, e così sostenendo un poco levato verso di se il volto che naturalmente per vergogna mi s'inchinava, tutto quello che vuoi ti dirò. Io non sono più io dal dì che ti vidi. Angelo mio, mi pare che se il mio babbo mi avesse data una sorella, che così io l'amerei, come ora ti amo. Babbo era il più famoso chimico che siesi conosciuto qui: dico era, perchè si può dire ch'egli già più non vive. Alcuni venerabili vegliardi, tutti poveri come noi siamo, che sempre vengono a visitarlo, dicono fra loro sommessamente, ch'egli fu il primo ad introdurre lo studio di quella scienza in questo ch'essi chiamano estremo canto dell'universo civile. Costoro dicono pure ch'egli doveva morire ventidue anni fa sul patibolo, dove morì un suo più che fratello, che non mi ricorda il nome, che aveva il primo formato qui un orto di piante rare e medicinali, come quello ch'è ora in Foria, e gli fu divelto a furia dal popolo, come malefico effetto d'incantesimo diabolico: dove morirono, finalmente, tanti grandi uomini così nelle armi come in tante altre o arti o scienze, che non so nominare: e dicono, che, per lunghi anni, mai più quest'infelice contrada non sarà bella d'uomini somiglianti, perchè dal sangue, essi soggiungono, può rinascere sangue; ma non ingegno, nè sapere, nè grandezza altra verace. Mio padre scampò quella morte, perchè un generale di certi popoli barbari, con la forza dei quali si commettevano qui tutte quelle atrocità, fu meno barbaro de' nostri medesimi cittadini, e, dimandatolo esso, come per farne uno scempio maggiore, lo mandò in esilio. Babbo andò ramingo in Francia, dove fu sforzato di accettare un tozzo di pane il dì dal forestiere: e mi racconta sempre che nessuno assenzio è amaro quanto quel pane. Otto anni di poi mi racconta che tornò qui con una moglie francese, dalla quale ebbe me: ma la mia nascita costò la vita a mia madre, e fu la prima mia sventura. Poi ebbe un impieguccio, col quale sosteneva sottilmente la sua vita. Sett'anni fa lo perse, e poco di poi in non so quale sperimento chimico acciecò. Così fummo ridotti all'estrema mendicità in cui ora ci troviamo. Il dì che seguitò a quello in cui gli occhi miei si scontrarono ne' tuoi, babbo infermò, ed è ancora infermo in un tugurio che abitiamo dalla croce al Sacramento. Rotto e stanco dall'età, dall'inedia e dal morbo, giace sopra un misero letticciuolo come un tronco inerte. Gli occhi, quel solo spiracolo dell'anima e della vita, sono già spenti. Io moribondo pongo le mani sul suo cuore per sentire se palpita, appresso l'orecchio alla sua bocca per udire se respira. Parmi talvolta di nulla sentire, di nulla udire, e gitto un grido disperato, piango la sua morte, e mi sento morire io stesso. Poi mi rilevo, lo guardo, mi viene dalla sua vista lo spavento del cadavere, mi riappresso agonizzante, gli ripongo la mano sul cuore, che risponde languidissimamente al tremito di essa. Allora ritorno col mio volto sul suo pallido volto, lo bagno delle mie lacrime, lo riscaldo col mio fiato anelante; poi rimango tramortito sopra lui. Questa è la vita che meno. Ma, oh Dio, Ginevra, è già un'ora che noi siamo abbracciati, che l'anime nostre sono confuse insieme, anzi sono una sola. Lo spavento di trovare mio padre estinto mi divide, come con una scure, da te. Dio mio! che separazione! che nuovi movimenti io sento nel mio cuore! Come m'è divenuta cara la vita dal momento che ti vidi! come mi pare di conoscerti, d'essere stato sempre al fianco tuo, dal primo giorno ch'ebbi la coscienza di me stesso. Ginevrina mia, credimi: mi pare che fino a questo momento io sia andato ansante, anelo in cerca di qualcosa, ed ora mi pare che questa cosa io l'abbia trovata e che sei tu e che fossi tu ab eterno. Stringimi, stringimi forte al tuo seno...
Ed io forte forte lo stringeva...
Stringimi questa mano, che ad ogni tua stretta io sento passarmi nel cuore una beatitudine sovrumana...
Ed io la stringeva, ed erano entrambe di ghiaccio!
Tornami a baciare, Ginevra...
Ed io gl'infiggeva sul petto, sulle labbra, sul volto, sugli occhi e su quei celesti capelli io non so quante migliaia di baci... ed egli snodando le mie nere chiome, le accostava alle sue labbra come cosa sua, e con un sentimento, che non si può dire con parole, di beatitudine e di disperazione insieme, le baciava e poi tornava a baciare.
Seguitava ad esprimere quanto poteva lo stato dell'anima sua, ed io pendeva fra attonita e palpitante dal suo labbro, perchè ogni sua parola m'era una rivelazione di quello che io sentiva nel profondissimo dell'anima mia, e non bastava ad esprimere. Alla fine, diradicandosi da me come una quercia dal suolo dov'ella è fitta da più secoli, rivolse gli occhi al cielo quasi accusandolo di tanto dolore, trasse un sospiro disperato; e facendosi la più tremenda forza, mi respinse convulsivamente da se, perchè altra via di staccarci non v'era, raccomandandomi che il dimane, in sul mezzo dì, io l'avessi atteso sotto l'immagine... e si allontanò da me soffermandosi ad ogn'istante, come strascinato a un tempo da due avverse possanze, dalla magia della mia presenza e dall'immagine del padre moribondo. Un momento di poi, fra il crepuscolo di quell'ora, io vidi sparire l'incantato fantasma dietro la curvatura del vicoletto; ed appoggiata al muro medesimo dov'egli mi aveva lasciata, rimasi come un cadavere in piedi, finchè battette l'ora all'oriuolo di San Giovanni, e m'avvertì dello scempio che mi attendeva a casa donna Mariantonia.