La monaca, senza scrollarsi punto alla disonestà di quello scempiato, anzi senza pure accennare di averla intesa, composto a maggiore gravità il suo viso, nel quale s'accordavano amabilmente il serio, il nobile e l'affettuoso, gli rispose:
Direte al signor duca, che questa povera fanciulla è appena un'ora che comincia a sentirsi ed a poter profferire alcuna sillaba, ed è oltracciò tutta livida e rotta e pesta e impedita delle membra, e se non morta, non viva; e che però, s'ei gli fosse a grado di vederla per dare ordine che le sia soccorso in tempo, potrebbe scendere quaggiù, e farebbe assai umanamente.
Il sopracciò, rimastosi dal suo svenevole motteggiare, ci volse le spalle senza più! Nè già il duca venne: anzi ci fu inaspettatamente recato, che, dopo alcuni minuti, era andato via dalla parte della chiesa, per assai più gravi bisogne. Suora Geltrude volle poter avere, di suo, un cerusico o un medico o un qualche cavatore di sangue; nè potette, perchè le leggi di quella comunità non consentono che, per nessuno, quantunque insolito, accidente, si domandi altri dottori che i deputati a quella: e tutte le sue pratiche e le sue preghiere ed i suoi sforzi acciocchè si mandasse per alcuni di cotali dottori deputati, senza torne, poi ch'ei non v'era, la licenza dal duca, furono meno che indarno.
E nondimeno, Iddio, che non sentiva ancora voto quel calice ch'egli mi aveva, forse per mia salute, destinato, mi volle ancora a questa volta salva: e col suo dito, che meno non saria bastato, mi ridiede la lena e la favella per raccontare, quanto potetti brevemente, la mia lacrimevole istoria alla religiosa, che confondendo le sue lacrime alle mie, mi giurò di non abbandonarmi.
Quel dì e l'altro appresso, che il duca al tutto non venne all'ospizio, non essendosi per nessun altro disposto di quel che avesse a farsi di me, nè preso provvedimento veruno di medico o di medicine, suora Geltrude primieramente mi stropicciò tutta con diverse maniere di essenze e di spezierie d'un odore soavissimo. Poscia, strappando e tagliando e cucendo suoi abiti e suoi pani lini, non solo mi fece assai fasciature per istringermi la ferita al capo, che di continuo sanguinava, ma ancora mi creò, come improvviso, due camice e due sottane, e una vestetta a foggia di tonacella. e mi diede due paia di calze di refe bianco delle sue, e per una sua donnicciuola mandò a comperarmi un paio di scarpette nuove alla misura del piede mio. Onde io, che, alla mia memoria, non avevo mai veduto tanto bene, ed a cui, da che donna Mariantonia s'ebbe tolte per se certe vecchie ciabatte con le quali ero venuta via dall'ospizio, un paio di scarpe era apparso sempre una lontanissima e incommensurabile felicità, ora, vedendomi preparare un così ricco fornimento, giudicai che fosse giunto il termine de' mali miei, e che finalmente dalle tane delle belve io fossi venuta ad abitare fra gli uomini.
A questo pensiero disparvero tutti i miei dolori. Incontanente ebbi la forza di levarmi a sedere sul letto, di sorridere, di stringermi più e più volte al seno la cara madre che avevo ritrovata dove credetti ritrovare la morte... ma nell'abbracciarla, scopertami involontariamente alcun poco, e sforzata a contemplare il mio misero corpicciuolo, che dai crudi strazi sì lungamente sofferti non mi si vedeva se non l'ossa e la pelle, ebbi orrore di me stessa, e parendomi di non poter vivere, allora appunto che la vita mi cominciava a parere sopportabile, mi ristrinsi di nuovo nel letto lacrimando.
XXX.
Tutto quel dì non mi fu possibile di prendere nutrimento veruno senza recerlo immantinente, benchè io, per appagare suora Geltrude che se n'accorava, mi sforzassi assaissimo del contrario. La notte seguente peggiorai considerabilmente, e non fu un solo quel momento che parve alla mia affettuosa vegliatrice, e da me medesima, ch'io trapassassi. Allora ella accostava la sua bocca alla mia, non per raccogliere il mio spirito fuggente, ma come per infondermi col suo fiato un poco della sua vita in vece della mia che già svaniva. Oh padre! quando seppi qualche lettera, e che lessi e rilessi mille volte Renato, fra l'estasi inenarrabile in cui quel libretto rapisce, quando Amelia si fu renduta suora della Carità, la vestii sempre delle forme e dello sguardo più che angelico di suora Geltrude.
Il terzo dì si attese fino alle due pomeridiane, allorchè fu udito giù per la corte un gran roteare di carrozza, e un grande scalpitare di cavalli, e un frustare interminato. Suora Geltrude si fece al finestrello della mia cameretta, il quale rispondeva sulla corte, ch'era delle ampissime: e vide ch'era il cocchiere di sua eccellenza (così quivi dicono al duca), che, per acconciarsi all'ombra, stringeva e rivolgeva indietro una bella muta di quattro britanni destrieri. Incontanente si udì, presso alla cameretta ov'io giaceva, una voce alta e imperiosa. Ed era sua eccellenza in persona che montava le scale. Suora Geltrude non gli diede il tempo di sparire; e uscita subito della cameretta, e fattasegli animosamente incontro, non so che gli disse, nè so che n'ebbe; ma se non le fu possibile d'indurlo ad entrare nella cameretta, lo indusse almeno a permettere che finalmente si mandasse per il cerusico.
Non vorrei che voi credeste che, non già il cerusico, che non fu potuto avere per essere in quei dì andato a Salerno, ma il medico, che fu domandato in quello scambio, fosse venuto quel dì medesimo. Anzi venne soltanto alle due pomeridiane del dì seguente, ch'era il quarto da che il fiero accidente m'era intervenuto. Battevano, dunque, le diciannove ore quando l'uscio della cameretta, spalancato furiosamente da un usciere, vomitò dentro un'onda di giovani sconosciuti; i quali tutti, all'abito, alla cera ed al portamento, rammentavano don Gaetano. Quando costoro furono tutti dentro, non altrimenti che sogliono i soldati nei loro esercizi, fecero ale di se, lasciando per mezzo di essi libera l'entrata a un esimio barbassoro di provetta età e di rigogliosa sembianza, che, con passo solenne, appoggiandosi a un bastone o più tosto a una lunga mazza, incurvava affettatamente il dosso, non perchè tale fosse l'abitudine della sua persona, ma come oppresso dal gravissimo pondo della sua scienza. Come per consuetudine, e senza più quasi avvertirlo, alternava i suoi sguardi quando alle svariate ragioni di ciondoli che gli pendevano dal sinistro petto della giubba, dei quali pareva che tutto si venisse pascendo, e quando a coloro nei quali s'abbatteva. E veduto che da poter ammirare il suo smisurato sapere non era quivi se non io e suora Geltrude, già cortesemente levatasi in piedi al suo entrare, del suffragio delle quali stimo che poco si curasse, inacerbì il viso sì considerabilmente, che quel conforto che l'infermo sente all'appressarsi del medico, sola medicina talvolta del male e dei rimedi, tornò in maggiore spavento.