Postosi a sedere e incavalcato l'un ginocchio sull'altro, que' suoi novizi mediconzolini gli fecero siepe intorno. Ed egli non guardando nè me nè suora Geltrude nè i mediconzoli, ma, per enfiatura, i muri e il cielo della stanza, domandò, non si vedendo a chi e come uomo che ha l'animo assai di lungi da quel che dice, quale fosse il male mio. Suora Geltrude, rimessasi a sedere, gli venne narrando con eloquentissima brevità il caso succedutomi, non tacendogli, com'io avessi già prima il capo ferito, e come per ben quattro dì non fossi stata soccorsa per modo veruno. Le quali ultime cose ella non potette dire altrimenti che a fatica grandissima, perchè il barbassoro, alla novella dell'olio e della buca, cominciò a sghignazzare strepitosamente, quasi invitando que' suoi studenti a fare altrettanto. I quali sbellicandosi alla volta loro delle risa, furono cagione che assai guardie e custodi e serventi che si baloccavano scioperati per le scale e per la corte, e che insino i cocchieri, i famigli, i donzelli, i mazzieri e gli altri straordinari del duca, per l'appunto allora allora arrivato, traessero tutti al portentoso romore.
Costoro, sbatacchiato violentemente l'uscio della stanzetta, che s'era rinchiuso dietro al medico, chi potette capire nella stanzetta, entrò, e chi no, sporse il capo dentro a più potere; di modo che furono innumerabili le teste, che qual ritta e quale curvata, ci furono vedute riempiere tutto il vano di quell'usciuolo. Del quale accidente il medico, non che darsene alcun fastidio, fu anzi il più contento uomo del mondo. E poichè per quella volta la fortuna non gli aveva posto davanti un auditorio più scelto, risolse d'aversi quello, qualunque si fosse, che poteva. Laonde, ritornato assai grave e circonspetto nel viso, slungò un cotal poco più il ginocchio di sotto, e battendo della mazza in terra, rivoltosi a me, senza però guardarmi troppo fisamente, mi disse ad alta voce:
Andiamo, via: che ti senti?
Io poverina, scema più che mai di forze per la dieta di quattro dì, già prossima a soffocare dall'aria mortalmente rarefatta di quella cameruzza, e, nel tempo stesso, fieramente sdegnata degl'increscevoli portamenti del medico e della sua scempiata domanda, stetti un momento sopra di me, quasi risoluta di non rispondere. E nondimeno già, per adolescente qual ero, assai ben avvezza a dissimulare gl'insulti della bassa e della mezzana canaglia, gli risposi che mi sentivo vinta dai patimenti e quasi moribonda; con voce così tenue e così fioca, ch'io credo certissimamente ch'egli non aveva intese le mie parole, quando si volse alla nobile udienza, e facendosi dai principii della medicina, disse cose nuove ed incredibili, e parlò parole sesquipedali. E discendendo da Ippocrate insino a Hanneman, fermò, più tosto in greco che in italiano, la diágnosi del mio male, e concluse che l'acetato di morfina, ministrato nella dose di un trilionesimo di grano, era medicina certissima alle mie infermità.
Dopo la quale conclusione, confermata con innumerabili nomi francesi, inglesi e tedeschi, tutti non facilmente pronunziabili, i quali nondimeno, per il fato singolarissimo d'Italia, riuscivano assai solenni e sonori a quella plebe, rizzatosi in piedi, senza degnare tanto basso da salutare, non dico me, ma suora Geltrude, ci volse rapidamente il tergo, e scomparve in meno che non lo dico, seguitandolo la sua fiorente scuola, e tutto il restante di quella prestantissima ragunanza.
L'usciolino si richiuse sopra di loro: e noi ci rimanemmo libere da un così disonesto frastuono, ma assai più incerte di quel che fosse da fare, e col capo assai più scempio e svanito, che mai prima non s'era state.
XXXI.
La natura e le cure più che materne di suora Geltrude mi furono vero medico e vera medicina. Appena, partita che fu quella marmaglia, l'aria della stanzetta si fu alquanto rinnovata, e che la respirazione cominciò a divenirmi più leggera, nè la mestizia di suora Geltrude, nè la mia mortale debolezza, non bastarono a rattenere il riso, che surse spontaneo sulle labbra di entrambe. Suora Geltrude, pigliato animo del mio sorridere, mi recò incontanente una tazzetta di brodo, ch'io mi sforzai di bere, e che bevvi. Nè avendone ancora ai miei dì assaggiato gocciolo, dopo poco tempo che l'ebbi bevuto, sentii corrermi non so che di mirabilmente vitale per le vene e per l'ossa, ch'io non aveva mai più sentito. Adagio adagio potetti di nuovo sollevarmi a sedere nel letto, di nuovo la ferita risaldò; e per non ve l'allungare, dopo una settimana di questa cura fui in istato di levarmi.
Era l'aprile, e il sole, tutto pregno di vita e di speranza, percoteva risplendentissimo su quel mio benchè assai misero finestrello. Suora Geltrude, tutta lieta e serena di cogliere l'ultimo frutto delle sue angeliche cure, fatta recare una conca ripiena d'acqua limpidissima e tepida, mi tolse la camicia che avevo, ch'era anzi sudicetta che no, ed appressata la conca al lettuccio, e fattami discendere in quella, mi venne tutta lavando con una delicatissima spugna intrisa d'un fine sapone di rosa. E rasciuttami bene la persona con un asciugatoio nitidissimo, mi sciolse e ravviò, e lasciò stare sciolti in forma di zazzerina, i miei foltissimi capelli, i quali, acciocchè il mio capo capisse meglio nella buca, donna Mariantonia aveva ristretti e rannodati, non senza un'infinita fatica; perchè avendomeli ella stessa poco dianzi tagliati per venderseli, erano assai ben corti. Poscia m'aiutò a mettere una camicia di bucato, un paio di calze, e, per la prima volta della mia vita, le scarpe, e mi vestì di sua mano una sottana e la vesticciuola. All'ultimo, cavatesi della tasca due belle pezzuole scempie di seta, m'appuntò l'una al collo con uno spilletto d'acciaio vermiglio, e dell'altra mi fasciò assai morbidamente la fronte, ove la margine della ferita era ancora un cotal poco livida e sanguigna.
Quando suora Geltrude m'ebbe così caramente vestita, prese leggerissimamente il mio capo con ambe le sue mani, e rialzatolo un pocolino, mi baciò nella bocca e nella fronte. Ed a me, che, oltre alla consolazione di vedermi così abbigliata, imparavo per la prima volta a conoscere i non dicibili piaceri della nettezza, mi pareva sensibilmente di avere lasciato in quella conca, nella quale ero primamente discesa dal letto, il grave fascio de' mali miei.