Suora Geltrude, presami per la mano, e condottami fuori della cameretta, e fattami soavemente montare sull'altro pianerottolo delle scale, per corridoi e viottoli molti mi fece riuscire in una bellissima loggia, avanzo degli antichi giardini nominati della Duchesca; che tutta ancora adorna e maestosa d'un bel colonnato dorico, così come veramente era, così pareva una cosa reale. Quivi, per entro il colonnato, interrotta dal quale è sempre più maravigliosa una prospettiva, forse perchè ogni bellezza, se da alcun velo apparisce tramezzata, viene più sovrumana, si vedeva il Vesuvio, che, quasi pegno di pace alla terra ed al mare, facea grembo di se alle onde placide e turchinissime del golfo; e mandando dalla bocca un gitto di fummo sottilissimo e leggero, pareva in lontananza, non già il più orribile dei vulcani, ma un vaso ove ardesse l'odorato profumo onde tutta oliva l'aria che ne circondava. Quindi accompagnando dell'occhio il dolcissimo declivio del monte, l'incontrava il colle di Camaldoli, come un piccolo altarino, sul quale gli uomini della contrada venissero ad offerire umili sacrifici al gran dio del fuoco, acciocchè fosse più tardo a vomitare l'inferno sulle città e sulla campagna. Apparivano finalmente le montagne di Stabia, di Castellamare e di Sorrento, ben cerulee e bene spiccate dal cilestro dell'orrizzonte, e tutte terminate a frastaglio ed a lineette greche: e Capri, all'ultimo, quindi visibilmente divelta da un'antichissima rovina.
O Padre, quanto è mai vero, che tutte le maraviglie non sono nella natura, ma in noi. Io, che, dal primo dì che fui menata via da quell'ospizio, aveva e da Sant'Anastasia e dalla via Carbonara, e, più che altronde, dalle altissime finestre di donna Mariantonia, contemplate mille e poi mille volte quelle eterne bellezze, e mi erano sembrate o insipide o nulle, ne presi quel dì una cosa così grande e stupenda e più che umana impressione, che sempre che poscia me ne rammentai, ed ancora ora che vergo qui queste carte, sono interrotta dalle più cocentissime lacrime.
Il delirio in cui quella scena mi rapì, l'ora tepida e tranquilla, quel senso ineffabile di dolcissima malinconia causato sempre dalla convalescenza, e quel, direi quasi, soave tremito delle ginocchia ch'ella porta sempre con seco, onde mi parea d'essere tanto leggera che il mio piede non toccasse più la terra, mi fecero credere fuori di questo mondo in un altro meno reo e meno infelice, ove mi fosse conceduto alla fine di ricongiungermi per sempre al mio adorato garzonetto, che in quel punto mi parve mio ab eterno, e mi parve che senza lui io non fossi tutta, ma fossi la metà di me stessa. E sentendomi per le guance le tenere mani di suora Geltrude, e stupida guardandola nel volto, e parendomi ch'ella fosse un angelo di quel paradiso nel quale io mi sentiva novellamente salita, già quasi le confidava il caro segreto del mio cuore, quel solo che ancora non le avevo aperto... allorchè venne un usciere del duca a dimandarci.
XXXII.
La stridula voce dell'usciere, e l'agitata perplessità del viso di suora Geltrude, mi ruppero, a guisa d'una bolla d'acqua, la cara visione che m'era apparsa. Suora Geltrude non rispose sillaba, ma, senza mai lasciare di guidarmi per mano, s'incamminò tacitamente appresso a quello.
Per corridoi e scale moltissime pervenimmo a un'immensa sala, dove, presso d'un uscio grandissimo, ma perfettamente chiuso, erano altri assai uscieri messi a nero, ritti in piedi, con le braccia ripiegate sullo stomaco, e, quel che non è facile ai Napoletani, tutti taciturni. Quivi giunte, l'usciere cui eravamo venute dietro, ci fe cenno del viso e della mano di fermarci, quasi fosse dentro da quell'uscio la dea Cerere d'Eleusi, de' cui misteri rompere l'augusto silenzio fosse troppo grave peccato. Poscia, aperto, pianamente e il meno che gli fu possibile, l'imposta destra di quell'uscio, e ficcatosi di traverso nella sottile apertura come un'anguilla, se la trasse subitamente dietro, quasi avesse temuta la profanazione del tempio. Riuscito poco di poi, ci accennò con la mano che si fosse atteso un tantinetto. Rientrò, riuscì, tornò ad entrare e tornò a riuscire non so quante decine di volte, accennandoci sempre misteriosamente che si dovesse attendere. Nè v'era sedia o panca veruna dove poter sedere, ed io già mi sentiva tutta venir meno. Onde suora Geltrude, non ne potendo ella stessa più dalla noia, volse le spalle a quel servidorame, risoluta, che che ne dovesse seguire, d'andarsi con Dio.
Non eravamo appena mosse, che quell'usciere ci corse dietro, bisbigliando nell'orecchio a suora Geltrude, che oramai sua eccellenza il duca già ci sapeva colà, e che bisognava attendere a ogni modo. E mentre suora Geltrude gli poneva in considerazione che le religiose non si tengono ad aspettare le ore intere agli usci nè pure dalle grandissime maestà, e ch'ella era ben ferma di partirsi, ed ecco sua eccellenza, quasi avesse inteso il susurro e la causa di esso, dare una furiosa strappata di campanello. L'usciere non ci consigliò più ma c'impose di rimanere; e, levando le berze assai ridicolosamente, in meno che non balena, entrò, riuscì, aprì ambo le imposte dell'uscio, e ci chiamò dentro.
Allora apparvero i penetrali di Priamo, o più tosto apparve un'altra ampia sala, e sua eccellenza con un gran latoclavo, con infiniti nastri, ricami e ciondoli rappresentanti o pianeti e costellazioni celesti, o animali terrestri, o cose altre pellegrine. Sua eccellenza era presso al muro destro della sala, che con un leggiadro spazzolino di piume spolverava la cornice d'un gran quadro di Raffaello, e, per conseguente, si trovò alquanto rivolto verso di noi, quando l'usciere ci mise dentro. Ma noi non avevamo appena avuto il tempo d'inchinarci, quando sua eccellenza, dilatatasi e rigonfiatasi un istante verso di noi, per tema forse che noi non perdessimo alcun micolino di ciò che gli ornava la parte sinistra del petto, senza credere convenevole di rispondere al nostro inchino, ci volse in un attimo il suo pingue groppone.
Era nel fondo della sala una gran tavola tonda ricoperta d'un bel drappo verde, ed accanto a quella sopra una gran sedia d'appoggio era sdraiato un giovane di forse venticinque anni, tutto vestito da cavalleggiere pollacco, con un morione o caschetto quadrangolare in testa, da un lato del quale sorgeva un superbo pennacchio bianco di penne di colomba, che pareva simbolo a un tempo di pace, d'innocenza e di snellezza. Gli scendevano insino al petto due neri e lunghissimi mustacchi alla cinese: i quali mentre si carezzava e palpava e allungava con la sinistra, con la destra impugnava o più tosto palleggiava e percoteva a quando a quando in terra un'immensa scimitarra, che, non già nuda, ma nascosa in un largo fodero d'acciaio, urtandosi in quello ad ogni scossa, pareva fremere della sua ignobile prigionia. Ed alle percosse ed al fremito della scimitarra rispondendo i colpi degli stivali e dei risonanti sproni contro la terra e contro le spranghe di sotto della tavola, ne veniva tutto insieme un cotale strepito o rimbombio di guerra, che l'eco della capace volta fedelmente ripeteva. Dall'altra parte della tavola, era un uomo di mezzana età, con assai libri e carte innanzi a se sulla tavola, e una seggiola molto modesta di dietro, ma era levato in piè, si vede perchè sua eccellenza s'era levata. In conclusione, questi era il segretario del duca, e l'altro il figliuolo, al quale il duca, quando ci volse così amabilmente il tergo, disse ridendo, ma sforzandosi di reprimere il riso per conservare il decoro ducale:
Buchino, ecco quella ragazza di cui si rise tanto pochi dì sono con la duchessa e con la duchessina.