Uh! Uh! Uh! Uh!

Cominciò a grugnire del riso il duchino, pure guardandomi con certi occhi fra sciocchi e pazzi, e pure affaticando della sciabla e degli sproni il pavimento e la tavola.

Uh! Uh! Uh!... ma come è possibile!...

Seguitava spalancando sghangheratamente la bocca, digrignando i denti, ritirando in dentro il labbro di sopra, e sporgendo in fuori quel di sotto e il mento: moda di ridere che poscia intesi avere il duchino apparato dai droghieri inglesi, quando nei teatri e nei giardini d'Italia vanno faccendo beffe degl'Italiani, che li tollerano.

Poscia che lo sghignazzío del duchino si fu alcun poco chetato, il duca passando dietro la seggiola del figliuolo, andò ad assidersi alla gran sedia curule ch'era dietro la tavola, nel mezzo, fra il duchino e il segretario. Quando sua eccellenza si fu seduta, tossi, sornacchiò e sputò un gran farfallone in su un bel tappeto turco di velluto cangiante ch'era disteso sul pavimento sotto la tavola. Poscia, senza mai degnare d'uno sguardo nè suora Geltrude nè molto meno me, volto al segretario, disse:

Don Cristofano, vedete se il numero delle alunne dell'opera è compito.

Don Cristofano squadernò un gran libro; e veduto non so che in quello, e richiusolo, piegò le braccia e si volse al duca in quella attitudine, io credo, che lo schiavo romano si rivolgeva al suo padrone, dicendo:

Eccellenza sì, è compito.

Dunque non ho che farvi, disse il duca, a suora Geltrude, avendo sempre gli occhi raccolti in giù sulla tavola. È mestieri ch'ella vada in convento. Nè troppo me ne duole, a dirvela fuor de' denti; perchè di simile sorta canagliaccia non vorrei in alunnato.

Suora Geltrude volle umilmente rispondere al duca. Ma sua eccellenza non aveva appena terminato di profferire l'ultima sillaba, quando tutti gli uscieri, che avevamo veduti di fuori, i quali, entrati nella sala appresso a noi, ci si erano di qua e di là schierati intorno, divenuti tutti banditori: