XXXIV.
Io non trovo più parole che bastino ad esprimere la grandezza de' miei dolori; e nondimeno mi resta a dire assai. E poichè nulla di ciò che mi viene alla penna può agguagliare la disperazione che mi vinse, quando, ritornata un poco in me stessa, mi cominciai ad accorgere d'aver perduta suora Geltrude, me ne passerò in silenzio.
Il sopracciò, senza mai cessare di pigliarsi giuoco di me, trasandò insino a domandarmi delle mie condizioni con parole tanto immodeste, che io, ch'ero l'innocenza stessa, non le compresi. Di poi scrisse in uno di quegli scartafacci il dì e l'ora della mia, com'egli diceva, passata per ruota, e della mia entrata nel convento. Finalmente mi consegnò in anima e corpo a' due uscieri che mi menassero a marchiare, e quindi mi menassero al convento. Costoro, impostomi di camminar loro innanzi, e messami per un lungo e tenebroso corridoio, quando credettero di non poter essere veduti da nessuno, cominciarono a brancicarmi protervamente, a darmi scappellotti e pizzichi ed a gioire della mia disperata confusione.
Io povera infelice, se bene non intendessi tutta l'infamia di questi modi, pure mi parvero cosa troppo disonesta. Nè sapendo che altro mi fare, cominciai a mettere le più acute grida che mai, ed a piangere dirottamente. Allora quegli assassini, battendomi quanto poterono menar le mani, cominciarono a gridar forte che s'io non voleva andare in convento con le buone, vi sarei andata con le cattive; e che sì, ch'essi avrebbero mandato per i soldati ch'eran giù di guardia, e che gli ordini di sua eccellenza si volevano eseguire a ogni modo. E tirandomi violentemente per le maniche e per il lembo della vesticciuola, come se io non fossi voluta andare da me e facessi loro resistenza, destarono una grande indegnazione del fatto mio in tre o quattro ufficiali del luogo, che essendo tratti ai miei gridi, lodarono assai il buon zelo de' due uscieri.
Mi strascinarono finalmente in quella medesima sala dov'io era stata un'altra volta marchiata quando fui ricacciata nella buca dalla donna di Santa Anastasia. Quivi mi apparvero le cose medesime che già mi vennero vedute altra volta. Monache arcigne, balie sguaiate, e il grosso rettore, e quei da' maschi occhiali che bollava, e quel giovanaccio di pelo rossigno che scriveva; e mai non mi sarebbe parso che fossero passati quattro lunghissimi anni. Gli uomini e le cose spesso si cangiano in un istante, e spesso ancora durano un gran pezzo nel medesimo stato: ed anche ciò è incostanza!
Gli uscieri baciarono religiosamente la mano al padre rettore; e mentre io me gli accostava anch'io asciugandomi gli occhi con una mano, e l'altra distendendo a quella del rettore, gli uscieri mi diedero un forte spintone, quasi che io mi fossi mostrata ritrosa di baciargliene. Poscia gli dissero ch'io era quella fanciulla del fatto dell'olio, che sua eccellenza mandava in convento. Del che poi che tutti ebbero preso il solito sollazzo, gli uscieri mi fecero appressare al torchio, dove mi tolsero con molta grazia la pezzuola scempia di seta, che suora Geltrude mi aveva appuntata al collo. Al quale, poscia ch'io ebbi la consueta stratta di corda, i due uscieri, obbliando di rendermi la mia pezzuola, fra gli scherni e i motteggi universali mi condussero via dalla sala nelle scale. E quindi uscimmo nella corte.
XXXV.
S'egli è lecito alcuna volta paragonare le cose piccole alle grandi, se mai nel lungo tempo che siete dimorato in Roma, dopo aver passeggiate piazza del Popolo e piazza di San Pietro, vi sia venuto posto il piede a caso in alcuna delle bocche del ghetto, e ne abbiate un istante considerati i miserabili e puzzolentissimi tuguri, quella impressione che voi ne avete presa, quella presi io allora delle prime chiostre di quel singolare convento, quando dalle sale e dalle logge che vi ho descritte mi vidi giunta, in fondo alla corte, sulla fiera entrata di quello. L'uscio era a caso aperto; e in sulla soglia non mi parve vedere nè uomini nè donne, ma tre nuovissimi animali, tutti a squame verdastre, con un becco uncinato, con gli occhi tondi e rossi, col mento aguzzo e ricurvo che quasi si congiungeva col becco, e con gli artigli neri levati in su quasi per isforzo, ma tendenti verso la terra come a loro sede naturale. Questi animali ivi chiamano monache; nè di monache hanno altro che un sudicio cencio bianco in capo, accollato alla gola con un funicello, a uso cane; e il resto del corpo era coperto di un altro cencio, vario di colore in ciascuna, non già appuntato in modo umano, ma gittato su alla peggio, non altrimenti che si vede talvolta nei pubblici ridotti alcuna scimmia, ritta in sui piedi deretani, andare attorno coperta d'uno straccio, e procacciare la ventura del suo maestro. A questa sorta d'animali, che al primo vedermi, digrignarono gli arsicci e rari denti, non so se arrabbiando o ridendo un cotal riso d'inferno, mi consegnarono gli uscieri da parte di sua eccellenza, e menando via le gambe, si rivolsero più volte a salutarmi per istrazio.
Mi fu nota, finalmente, alla voce, l'umanità, non altrimenti conoscibile, di questi tre animali. Perchè l'una di esse che m'era più da presso, maravigliando la lindura del mio vestimento, ne parlò alcuna gioiante parola alle compagne. Un'altra, che aveva ferma la mano all'uscio, lo lasciò. Quello si riserrò da se, ch'era a saliscendi; ed io, che venivo dalla luce viva della corte, non potetti veder più lume in quell'oscuro laberinto. Camminavo, intanto, percuotendo ora qua ora là la fronte, perchè le monache, già ristucche e frementi del mio brancolare, mi spingevano oltre con le mani. L'occhio non tardò ad assuefarsi a quella tenebría; e quando io ebbi ben veduto dove la fortuna mi aveva precipitata, compresi quanto è mai infinito il mare della sventura, e quanto ne avanza ancora di sconosciuto a chiunque più si crede di averlo in tutta la sua immensità navigato.
Io non vidi nè sala nè camera nè andito alcuno di figura regolare, ma una maniera di fossi in forma di trapezi, in solo alcuni dei quali, non altrimenti che in fondo alle catacombe, veniva da qualche spiracolo della volta un raggio di luce pallida e sinistra. La quale, intromettendosi per i vani dei più tosto fori, che usci onde quei fossi comunicavano fra loro, non bastava già a fare che in quelli che non avevano nessuno spiracolo ci si vedesse, ma bastava solamente a scoprirne tutto l'orrore. Lo smalto, o più tosto lo spazzo, di queste tombe era quasi tutto tenero e smosso dall'umido, ed in più luoghi sfondato dall'antichità, e l'intonico assai ben grossolano delle mura e delle basse volte era d'un certo colore livido e nericcio, e tutto grommato e impastricciato d'una muffa, che, non dico nulla dell'odore, ma al solo vederla, causava uno svenimento. Per i canti e per le mura di queste tombe erano certe meschine assi o tavole, quale poggiata sopra due piccoli trespoli di legno appena asciato, e quale da una parte poggiata sopra uno di questi trespoli, e dall'altra fitta in una specie di fosserella operata nel traverso del muro. Sopra ciascuna di queste tavole era o un poco di paglia coperta con un pannaccio di canape grossissima, o un sacconcello. Sopra la paglia o il sacconcello giaceva, il più, qualche giovinetta della mia età, quasi immobile per debolezza: talmente che, al primo vedere tutte queste cose insieme, io le presi per altrettante piccole bare, sopra ognuna delle quali fosse distesa una giovinetta morta. Le tre arpie mi spinsero nell'ultima e nella più tetra di queste tombe, e quivi mi lasciarono con altre quindici o venti mie semivive coetanee.