Io era ancora come insensata fra una tanta e così orribile novità, nè nulla per anche non ci sapeva raccapezzare. Mentre, rannicchiata in un cantuccio della muraglia, contemplavo lo sbadigliare e il prosternarsi doloroso di quelle miserabili, e udivo il pietoso lamento di alcune, che giacevano senza quasi più poter dare volta, e le sommesse ma disperate voci di quelle che potendosi appena tener ritte, andavano errando per quel sepolcro, la più brutta delle tre arpie, quella propriamente che s'era allegrata del mio vestimento, ritornò. Quelle fra le giovinette giacenti che ebbero la forza di levarsi, si levarono almeno a sedere sul letto, quelle che vagavano, si fermarono, ed io mi accorsi che costei era come la reina di quell'eterno pianto. Ella recava nella mano sinistra un pezzo non troppo grande d'un pane vecchio e nerissimo, quale io non l'aveva mai veduto nè nel tugurio di Santa Anastasia, nè in casa di donna Mariantonia: tanto che a un tratto io l'ebbi preso per un ciottolo ch'ella avesse tolto per sue bisogne. E porgendo a me quel tozzo con la sinistra, e profondando a più potere la destra in una certa tasca a vangaiuola ch'ella aveva in sul fianco, ne trasse una moneta di rame di cinque grani, e me la porse ancora dicendo:

Tè, questo ti concede la Madonna. Il resto che ti facesse mestieri, te lo procaccerai con la fatica delle tue mani, se già tu non fossi, come il tuo volto me n'ha ben l'aria, una qualche grande scioperata.

Dettomi ciò, scomparve.

Ed io, che per quella cotale stupida vivacità, causata talvolta del soverchio turbamento de' nervi, non era ancora tanto oppressa che, come sempre segue allo schiavo, avessi perduta insino la facoltà di ragionare, mi maravigliai forte d'una così importabile scarsezza. Perchè suora Geltrude mi aveva raccontato, che, a malgrado di tutte le antichissime ladronerie, per le quali quell'ospizio, edificato cinque secoli fa da alcuni ricchi cavalieri napoletani, che fra i pericoli d'una fiera guerra se ne botarono a Maria Vergine Annunziata, e di mano in mano riccamente dotato dalla munificenza di molti principi e di molti pontefici, fallì di così enorme somma che appena il sacrifizio di quarantamila ducati l'anno di rendita bastò a soddisfare i creditori, nondimeno ancora conserva l'entrata di sessantaquattromila ducati l'anno.

XXXVI.

Non essendo sedia nè scanno alcuno da sedere in quelle grotte, ed io non avendo più la forza di reggermi in piedi, mi sedetti per terra in quel cantoncello dov'ero. Poscia, sentendomi mancare ogni lena, lasciai cadermi di mano il pane e la moneta; e qualche minuto appresso ruppi in un così dirottissimo pianto, che quasi i singhiozzi mi soffocavano. Così mi sfogai alla fine per più di tre ore a piangere, non guardando più in viso a nessuno, nascondendo quanto potevo le mie lacrime, e non accusando più nè il cielo nè la terra nè gli uomini de' mali miei, perchè avevo imparato ch'era tutto inutile.

Quando fui bene stracca di piangere, velai così un poco gli occhi di un certo sopore che non si poteva dire propriamente sonno, ma più tosto una oppressione e uno sfinimento di cuore. Alla fine anche da questo sopore mi sciolsi, e potetti, bene sfogata e bene desta, considerare a mio bell'agio tutto l'orrore dello stato mio.

Erano oramai le ventiquattro, e già da meglio che un'ora non si vedeva più lume nel luogo ove io era. E pure tardò di molto ancora a venire una di quelle tre streghe, ma non già la reina, con una lucernuzza di terra in mano con solo un lume già mezzo morto. Venuta in fondo della bolgia, levò lo scarno braccio che pareva una negromantessa nel solenne esercizio dell'arte sua, e la posò in sur una specie di mensola di legno che sporgeva del muro ov'era stata confitta. Di poi tornava indietro, e in andandosene, mi guardò un momento e fece sceda di me verso le mie compagne, che avevo fatto sgabello del sinistro braccio al mio capo stanco. E senza pure far segno d'avvertire com'era piaciuta la sua sceda, s'andò con Dio.

Al fioco lume di quella lucernuzza io vedeva gli occhi delle mie compagne tutti spalancati e fissi su quel tozzo che m'era da presso. Ed il famelico luccicare di quegli occhi mi messe nel cuore tanta pietà del fatto loro, che al tutto dimentica di me stessa, raccolsi il tozzo di terra, e levando a gran fatica il mio destro braccio, volontieri ne feci loro servigio. In un baleno il tozzo volò di mano in mano e di bocca in bocca; e più d'una si rammaricò gravemente di qualche arrabbiato morso avuto nella mischia su le mani o sul mento. Alla fine una più ardita fra loro, avvicinandosi a me, mi disse, quasi all'orecchio, ma in modo che le altre compagne udirono:

Poichè sei tanto generosa, che non ci regali tu quella moneta ch'è in terra? Certo per oggi la t'è inutile, perchè di nutrimento nè, come veggo, hai bisogno, nè potresti ormai procacciartene, ch'è già notte. Così stasera darai la buona ventura a noi, che prima al sommo Iddio e poi a te ne renderemo grazie infinite; e dimane con una simile che tu n'avrai, potrai cavarti ogni tua voglia.