L'ora ch'io giacqui risupina su quel duro paglione, io non sognai già gli accidenti della giornata, come il più delle volte interviene. Ma non è in questo vero mondo che ci è dintorno, o in quell'altro che ha vita solo nella fantasia degli uomini, nessuna o cosa o ombra, o brutta o terribile, ch'io non sognassi quella notte. Cadaveri, becchini, feretri, mortori, sepolture, scheletri che mi minacciavano, e, volendo io gridare, m'imponevano silenzio accostando l'ossa del dito al cavo del teschio, assassini coi pugnali nudi che m'erano sopra e già mi sgozzavano, l'oceano furibondo in una notte caliginosa ed io sola sur un battello e intorno a me mare e cielo da per tutto. Mi fu veduta alla fine una larva squallidissima, ed avea le sembianze della massima fra le tre maliarde. Mi s'appressava lenta e minacciosa da prima, ma quando mi fu vicino, aprì la bocca per mordermi. Gli occhi si fecero fuoco e le uscirono della fronte, ed ella ingigantendo, toccò la volta col capo che ripercosso tornò sul mio. Ed io volli gridare e non potevo, e mi destai; e mi trovai sulla fronte il pugno della fida ancella che mi dormiva a fianco.

Tu non ci lascerai dormire persona stanotte, mi disse l'ancella, con cotesto tuo sordo gemito; che m'hai già rotto il capo. E se vuoi piangere, piangi il giorno, e la notte farai bene a farci dormire.

E levandosi a sedere sul letto, io non so donde si togliesse quegli arnesi: ch'io le vidi, a una sola percossa di fucile, trarre il fuoco della pietra, e accenderne l'esca e il zolfino, ed all'ultimo un piccolo moccolino, che appiccò così com'era acceso all'estremità del trespolo che le sporgeva da capo, e vi ripose accanto gli altri arnesi. Come più tosto ci si potè vedere, mi fece un gran cipiglio adirato, e sollevando quello straccio che le serviva di coltre, vi si asciugò il pugno bagnato del freddissimo sudore onde tutta la fronte mi gocciolava. Di poi scese nuda del letto, e grattandosi, anzi graffiandosi per tutta la persona in un certo modo assai sconcio e plebeo, si gittò in dosso quello straccio; e tolto di sotto il letto, ove, si vede, lo aveva preparato, un bicchieruolo di vetro tutto rotto agli orli, nel cui fondo aveva qualche gocciolo d'olio, andò a rifornire ed a riaccendere la lucerna.

Poscia che il mortifero incubo o la villana percossa della donna m'ebbero destata, io non potetti più chiudere le palpebre. L'ancella mi si ricoricò allato tuttavia borbottando; e il suo borbottío, e il passeggiare che facevano la grotta e i letti topi grossissimi, piattoloni e lucertole verminare, e lo scrosciare dell'acqua che veniva giù a furia dalle grondaie prossime al finestrucolo di quella prigione per una gran pioggia che s'era messa, mi tennero desta tutto il rimanente della notte.

Non andò guari che un raggio di luce si fu messo per quel foro ingraticolato di ferro, e cominciò a farmi la rete sul lettuccio. Questo raggio di luce non m'arrecò speranza e salute, come il dì dinanzi; ma disperazione e languore di morte. Versai qualche altra lacrima, ma presto mi racchetai per debolezza estrema. Fino che non vidi la luce del dì, non avendo tocco nulla di cibo da trentasei ore, sentii qualche stimolo di fame. Ma il primo raggio che mi ferì gli occhi, m'estinse quello stimolo, e non mi conoscendo più la forza di alzare un solo dito, nè avendo nessuna cagione di sperare la mia liberazione, mi risolsi di morirmi di fame. Ed avendo non una volta udito dire, che chi si muore o di sua mano o per qualunque altra operazione della sua propria volontà, cade fra le bocche di Lucifero per giudizio inesorabile di Dio, che non consente che l'uomo repugni all'ordinamento di Lui quando per suoi imperscrutabili fini destina alcun mortale a una lunga agonia su questa terra; ne prendevo un grande spavento. E nondimeno, acquetandomi nella mia assoluta impossibilità di poter vivere in quelle eterne tenebre, fra quelle anime già in vita dannate, mi parve finalmente che niente di peggio io avrei potuto mai trovare nel vero inferno. E parte, non troppo buona loica, ignorando che non si può volere e pentere al tempo stesso, mi confortavo di poter ottenere già prima di morire il perdono da Dio della mia morte. E raccolte tutte le forze dell'anima mia nel profondo di me stessa, e volta la mente a Dio, lo pregai con ferventi preci a rivolgere un istante sopra di me il suo divino sguardo, ed a considerare se non gli paresse che il calice della mia passione fosse già consumato. E perdonando con intensa volontà a chiunque mi avesse fatto male sulla terra, ed a' miei ignoti genitori, ed alle balie, ed alla donna di Sant'Anastasia, ed a donna Mariantonia, ed al duca; di tutti i sentimenti amari ch'io conservava nel cuore contro agli uomini feci olocausto a Dio in redenzione di quel peccato nel quale avevo a cadere. E pregandolo, alla fine, ad aver misericordia dell'anima mia, ed a riguardare con giusti occhi quella mia operazione, compostami con gravosa pena sul letticciuolo, tutta mi disposi ad attendervi la morte, che non mi pareva troppo lontana, tanto mi sentivo esausta e rifinita.

XXXIX.

In questo mezzo l'ancella, levatasi, andò a letto per letto gridando in capo a quelle malarrivate, che si levassero. Ma in capo a me gridò indarno. Io a gran fatica la udii, e per nulla non mi curai della sua intimazione.

Erano, credo, le quindici ore, quando sopravvenne la badessa con le due suore del dì dinanzi, ed altre suore assai; e tutte, ai vaghi lineamenti dei loro volti, pareva che si rendessero l'aria l'une all'altre maravigliosamente. Mi si posero tutte a considerare; e veduto ch'io m'incamminava a gran passi per quella via che tutti dobbiamo correre ultimamente, non si diedero più nessun pensiero del fatto mio. Ma cavata di molta stoppa dalle loro profondissime tasche, l'andarono distribuendo a molte fra quella giovanaglia, acciocchè la filassero e ne facessero parecchie paia di lunghe e grosse calze. E la badessa, incorandole al nobile lavorío:

Orsù, giovani valorose, diceva; così oggimai conviene che voi vi spoltroniate. Questa bella stoppa, acciocchè voi sappiate, è di alcune egregie donne di Caserta, e me l'hanno recata acciocchè io ne faccia fare di belle e di morbide calze, chi ai mariti e chi ai fratelli, che stanno espiando nelle pubbliche galere qualche lieve colpa di gioventù, come d'essersi gittati alla strada o cose altre. Voi già sapete ch'io ve ne pagava un grano il paio di fattura; ma ora ve ne pagherò solamente un tornese: e Dio sa s'è troppo! che di ciò che vi do pei lavorii, mai non ne ricolgo la metà. E mai nessuno non si pentì tanto del fatto suo, quanto io d'essermi messa in questo ginepraio. Ma i fatti son maschi e le parole femmine, dice il proverbio. Ed io, come femmina, non so far altro che parole; e sempre mi lascio vincere dal mio buon naturale.

Dopo una sì eloquente diceria, ch'ella profferì con tal enfasi, ch'io, temendo d'esserne io il subbietto, mi riscossi palpitando, la badessa andò via con l'altre suore. Le elette fra quelle giovani donne si messero all'affannoso mestiere, che, a lavorar tutto l'anno, prometteva loro un sei grani di guadagno; e l'altre se ne stettero, chi a dondolarsi immodestamente su i lettucci, chi a vagare con le mani spenzolate per la chiostra, chi a cantarellare goffamente, che il cervello me ne scoppiava fuori della fronte, e chi a rampicarsi, con ogni più strano argomento, sulla muraglia, per tentare, afferrandosi all'ingraticolato del finestrello, di veder qualche viso d'uomo di fuori.